Confesso candidamente che la vicenda del crocifisso mi ha un po' lasciato interdetto. Anzi, mi voglio allargare. Da un pezzo, è il modo con cui certa sinistra tratta le questioni della laicità che mi lascia un po' interdetto. Per uno che è cresciuto nel mito della lungimiranza comunista, nell'accettare il substrato culturale comune che deriva anche e soprattutto dalla cultura cattolica, al tempo di Togliatti e della Costituente (mito tramandatomi dal nonno), e ha sviluppato le proprie idee nel solco della riflessione agnostica di Bobbio sulla religione civile, l'importanza dei valori comuni per la coesione di una società, e perfino la difesa laica del principio assoluto del non uccidere (acquisito col tempo e con un po' di letture), spero sia comprensibile; per lo meno, vista la suscettibilità odierna nell'affrontare certi discorsi, invoco clemenza. Non ho certo alle spalle gli studi giuridici di Rodotà, né l'esperienza internazionale di Bonino. Dunque, è al libero pensiero che faccio appello perché mi si consenta una riflessione in libertà sull'argomento.
Credo di essere uno dei pochi della mia generazione scolastica a non aver mai frequentato l'ora di religione. Non ho dati alla mano, ma vado a braccio, ricordando come, in una delle zone più di sinistra d'Italia, alle medie ero l'unico della mia classe ad astenermi, e al liceo uno su quattro in una classe di 25 persone. Il crocifisso, nella mia classe, c'è sempre stato. Pensando alle mie reazioni all'epoca (epoca in cui ero molto più radicale e ideologico di adesso, come si conviene a quell'età, perbacco!), sono rimasto un po' sconvolto dall'apprendere che i figli del veneto iscritto all'UAAR (io, come agnostico, da questa affiliazione mi sono rigorosamente astenuto) si sentono minacciati dal crocifisso che, per quel che ho letto, li guarderebbe ostile dall'alto. Una quindicina di anni fa, l'avessi detta io in classe, una cosa del genere, mi avrebbe riso dietro anche il bidello, e i più dotti dei miei compagni mi avrebbero accusato come minimo di paranoia schizoide, all'uso toscano della presa in giro un po' pesante. Ma i tempi cambiano, e allora anche ciò che era tabù, o una cretinata semplice, magari oggi diventa una crociata culturale con tanto d'appendice europea, e val la pena di dedicarci del tempo.
Potendo solo riflettere, piuttosto che giudicare sul piano giuridico, ci sono un paio di cose che mi ronzano in testa dandomi fastidio: niente di complicato, e nessuna dimostrazione, faccio solo vagare un po' la mente. Intanto, perché a me il crocifisso non abbia mai dato noia. Ai tempi c'era ancora la guerra delle due chiese politiche (PCI e DC), scoprivo la profondità intellettuale di Marx, e addirittura, ogni tanto, inneggiavo alla illuminazione che la religione fosse l'oppio dei popoli. Eppure, niente. Il crocifisso non mi ha mai dato noia una sola volta. Cerco di ricostruire il perché, e mi vengono alcune possibili risposte.
La prima è che, in quanto non credente, a me quella croce non ha mai suscitato reazioni sul piano religioso. Se una mia amica di allora, molto religiosa, la scoprivo a guardarlo ogni tanto quando era triste, io mi limitavo a ignorarlo riconoscendole il diritto di trovare consolazione in una «superstizione». Le piaceva? Che se lo tenesse. Un pezzo di legno? Non proprio, per carità. Ma per me, più che altro un oggetto di arredamento... Niente di cui preoccuparsi. Almeno, non mi sarei sentito più «osservato» da quello che da un bustino in marmo di Socrate sulla cattedra.
La seconda è che all'epoca mio nonno, comunista, ateo e mangiapreti, mi ripeteva sempre come un mantra che Cristo era stato il primo comunista. Il Papa, ah sì, quello era un'altra storia. L'«omino col cappello bianco», lo appellava quando lo vedeva in tv, e quante gliene diceva! E la Chiesa? Meglio tacere! Ma su Gesù Cristo, mai una parola sgarbata. Anzi, sosteneva che era proprio grazie a Gesù Cristo che si poteva parlare di uguaglianza, di solidarietà, di lotta alle oppressioni. Di comunismo, e che diamine! Insomma, uno dei grandi personaggi della storia. Dunque, volendo, in quel pezzetto di legno avrei anche io, all'epoca, potuto trovarci del mio, a livello di ideali.
La terza è che, comunque... religione, politica... sì, va bene tutto, ma andando avanti con lo studio, tra Dante, Manzoni, Giotto, Filippo Lippi e compagnia bella, dovevo ammettere che di cose belle quel simbolo e quel personaggio ne avevano ispirate a bizzeffe. Chiamatelo narcisismo, chiamatelo orgoglio patrio, ma io non riesco a pensare al mio paese alla pari degli altri. Mi sembra sempre avere qualcosa in più, anche quando appare evidente che semmai c'è qualcosa in meno... Un brutto vizio, ne convengo, ma del resto è anche un buon stimolo per aver sempre voglia di risolvere i problemi, di competere in positivo, di valorizzare bellezze, lavoro, valori e storie di questo angolo di mondo in cui m'è capitato di nascere. Ancora oggi, non riesco a passare davanti al Duomo di Firenze senza un attimo di commozione e riconoscenza. Insomma, che la cultura di cui siamo intrisi sia stata determinata in buona parte da quel simbolo e da quella religione, non ho mai provato a negarlo, e l'ho sempre considerata una virtù. Niente per cui valga la pena di distruggere, annientare, scacciare il prossimo. Ma da difendere, perché fondamentalmente positiva, sì. «Eh, ma in nome di quel simbolo son state ammazzate tante persone», potrebbe dire qualcuno. Ma la storia è piena di usi sbagliati dei simboli. Non mi son mai sognato di paragonare mio nonno a Stalin, anche se hanno combattuto sotto lo stesso simbolo. Ancora oggi, non mi vergogno quando vedo una falce e un martello, anzi, mi sento piuttosto fiero perché la mia famiglia l'ha portato in giro assieme a certi valori. Mi vergogno di più di qualcuno che lo porta in giro oggi, essendone profondamente distante in spirito e essendone totalmente incapace di adeguarne le idee a un mondo mutato, ma ricercando slogan scimmiottanti, in realtà carichi di valori totalmente opposti (tipo gli inni all'individualismo libertario e al radicalismo chic), da inserire in vecchie cariatidi. Io, da quel simbolo, sono oggi politicamente molto lontano. Dai valori che han portato avanti tanti che lo avevano sul petto molti anni fa, no: quei valori, non quelle idee politiche, li porto saldi nel cuore, e cerco la mia strada per affermarli.
Tornando però al crocifisso, e alle cose scomode che ronzano in testa, ho sviluppato una gran ritrosia per le argomentazioni che sento inserite, all'intero del dibattito, dai cosiddetti «laici» (io sto cercando un po' arrabbiato chi sia andato a distribuire in giro a certa gente questo patentino). Giorni fa ascoltavo in televisione un giovanotto, sempre dell'UAAR, che sosteneva tutto piccato che attaccare un crocifisso al muro di una classe è come affermare che quel muro è del Vaticano. Ohibò. Ma sarà vero? Nell'attesa di riuscire a capirlo, bisognerà comunque che informi alcuni dei miei alunni che devono togliere a ogni costo il poster della Juve che hanno attaccato in classe. Il tifoso dell'Inter loro compagno, che è in schiacciante minoranza, potrebbe sostenere che se ne sente osservato e minacciato, che questo è un atto dittatoriale da parte della maggioranza, e che adesso il muro è di proprietà del signor Blanc. O forse chissà, pure di Luciano Moggi! Non parliamo poi dei poster di Micheal Jackson, beneficiario addirittura di un suo culto personale. Lì la laicità dello Stato è proprio demolita!
E visto che siamo in tema di poster, mi viene in mente che in una classe del professionale turistico, una volta, ho visto un bel poster dell'Agenzia Provinciale del Turismo, con soggetto un crocifisso di Mantegna. Bisognerà informare l'UAAR che quel che esce dalla porta ritorna dalla finestra. Vedo già le possibili reazioni. Da un lato, una nuova protesta, in nome della laicità che corrisponde all'abolizione di ogni simbolo. A proposito: bisognerebbe riflettere, ogni tanto, sul fatto che anche un muro bianco può essere un simbolo mica da ridere, in positivo o in negativo... Dall'altro lato, la concessione generosa: perché insomma, mica c'è una legge dello Stato a inserire il poster di Mantegna tra gli arredi. Anzi, ora che ci penso sarà meglio non ricordarlo in giro, ché a qualche parlamentare di quelli meravigliosi d'oggigiorno non gli venga voglia di fare una proposta in materia.
D'un tratto mi viene in mente che le aule mica son fatte solo di muri. Ci sono anche le finestre. E mi viene in mente che dalla scuola elementare di Castelfiorentino, il mio paese natale, si vede benissimo la Chiesa di Santa Verdiana, distante circa 20 metri. Con tanto di piazza, dove vanno a giocare, la sera, i figli degli immigrati islamici. E con tanto, ovviamente, di campanile e crocifissone in fronte. Dunque, mi chiedo: ma se qualche ateo, o agnostico, o diversamente credente, non riesce a tollerare la vista del crocifissino in classe, come potrebbe mai starvi con quel simbolo che spicca nella vista fuor di finestra? La piazza, poi, è come la scuola: un luogo di tutti... Capito dove voglio arrivare, no? E poi qualcuno che protesta si trova a ogni angolo!
Del resto, gli argomenti di una persona tranquilla, pacata e pronta a integrarsi nel suo nuovo paese come l'anti-crocifissista Adel Smith (quello che dice, in fraterno spirito d'amicizia e rispetto, che «il cadavere di un morticino in croce può far senso a qualcuno») non possono non esercitare un grande fascino su questo paese cristiano... Chissà, ci sta che la prossima volta che capita in tv qualcuno vada fuori a fargli il tifo, a quei quattro bischeri della destra estrema che sono andati a procurargli un po' di visibilità in una sperduta trasmissione regionale qualche tempo fa.
Penso di nuovo alla sentenza della Corte europea dei diritti umani, penso allo spazio «laico», così come lo disegnano i nuovi «tolleranti» antisimbolici, e penso che un'Europa così a me non piace. Non c'è niente in quella sentenza, in quei valori, che mi faccia sentire »europeo». Nè più tollerante. Nè più laico. Più vuoto si, parecchio. Preoccupato. Ma niente di positivo. Poi, un brivido: starò mica diventando un «ateo devoto»? E' possibile: del resto, un'etichetta per chi rifiuti di incasellarsi nello spazio angusto dei «laici» contro i «cattolici» disegnato dai piccoli, piccolissimi pensatori da rotocalco che oggi vanno per la maggiore, ci vorrà pure! Del resto, anche Bobbio quando si schierò contro l'aborto lo guardarono male: e se l'hanno fatto con lui, te lo immagini con un pulcino come me!
Io trovo solo che il mondo attorno a me è cambiato. E forse, sì, son cambiato un poco anch'io; in meglio, oserei dire. Mi sento più completo. La Chiesa, la religione, sono oggi mondi da scoprire, per me, non nemici. Parti importanti di una realtà che è sempre più bella e complessa da comprendere, e alle volte, perché no, compagni di viaggio e persino alleati in quel meraviglioso anelito che è il desiderio di far qualcosa di buono per quello che ti sta attorno. Non mi sento più ricco, ad aver saltato l'ora di religione allora, anche se la scelta è stata libera e, quindi, giusta per quel che valeva a quel tempo. Però certe cose le ho dovute scoprire da solo, perché l'ignoranza mi ha sempre dato fastidio, e a maggior ragione quando mi sono accorto di essere io, l'ignorante. Non è che sia più capace di apprezzare Benozzo Gozzoli perché leggendo meglio il Vangelo, che so, mi sia magari convertito. Lo apprezzo meglio perché, probabilmente, capisco meglio cos'è che ha ispirato quel modo di dipingere e i sentimenti dell'artista... E poi, anche la mia visione della fede si è ampliata. Direi, anzi, che si è laicizzata. Proprio grazie al dibattito sulla laicità, ad esempio, son diventato amico di un gesuita, con cui converso amabilmente e con cui condivido una propensione: lui che ha la fede, è sempre in ricerca, e sempre in ricerca sono pure io, che la fede non ce l'ho. Mi son scelto lui come interlocutore, perché Odifreddi mi dice proprio poco: gli integralisti sanno già tutto, e parlare con loro non ti arricchisce granché. Potrei tranquillamente comprare i suoi libri (le moderne «bibbie dell'ateo»), e trovarci già tutto. Poi, come con tutti i testi sacri, scegliere se crederci o no. E poi il gesuita, che è un prete, ha sempre parlato con rispetto di mio nonno, sapendo chi era e cosa pensava, e sovente dandogli pure ragione su certe idee. Quel matematico lì, invece, senza avermi mai conosciuto, su un libro ha dato indirettamente di «letterale cretina» anche a mia nonna, che era comunista, cristiana e cattolica, inserendola di diritto, pur senza ovviamente nominarla, nel novero. E' una cosa che mi è andata proprio di traverso.
Finisco con una speranza, che coltivo vivamente: che chi di dovere ci pensi veramente parecchie volte, prima di lasciare, senza colpo ferire, che quel crocifisso denso di valori sia piano piano sostituito dalla zucca vuota di Halloween. Sarebbe proprio una metafora tragicomica.
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