È scomparso venerdì lo storico Victor Zaslavsky, Ordinario di Sociologia dei fenomeni politici alla Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli. il prof. Zaslavsky è stato uno dei massimi esperti del sistema sovietico, noto e apprezzato a livello mondiale. Con il suo lavoro serio e autorevole e la sua libertà e onestà intellettuale ha arricchito il dibattito storiografico e politico internazionale.
Victor Zaslavsky è stato un eccezionale anti comunista perché russo. Era nato a San Pietroburgo, o se si preferisce, Leningrado, il 26 settembre 1937. Laureato in storia presso l'Università Statale di San Pietroburgo giunse infine in Italia. Alcuni suoi libri, come Il dottor Petrov parapsicologo (1984), Pulizia di classe, Il massacro di Katyn (2006) e Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (2007), andrebbero letti e riletti più volte. Con la sua morte perdiamo un grande intellettuale, uno storico di razza.
Per tutta la vita ha dato testimonianza di quanto grande possa essere l'esempio di un solo uomo per combattere e vincere le battaglie culturali difficilissime. Ha dimostrato il valore intellettuale e civile di chi fa della serietà dello studio e dell'impegno la centralità della sua vita. Giunse in Italia dopo una lunga peregrinazione che lo vide prima negli Stati Uniti, quindi in Canada.
Diventato docente in Urss, era però entrato nel mirino della censura accademica. Nel 1974 Zaslavsky venne così espulso dall'Unione sovietica perché non incline alla subordinazione. In esilio insegnò nelle prestigiose università statunitensi di Berkeley e di Stanford e poi alla Memorial University del Canada dove acquisì lo status di «russo naturalizzato canadese», ma la sua seconda patria è stata l'Italia dove già da metà degli anni '70 collaborava a diverse riviste tra cui Mondoperaio che era all'epoca impegnata con Bobbio, Colletti e Salvadori nella contestazione dell'egemonia gramsciana. Che straordinaria esperienza culturale deve essere stata quella di Mondoperaio! Il nome di Zaslavski e della moglie Elena Aga-Rossi sono legati ad una grande svolta storiografica. Riuscirono a dimostrare, documenti degli archivi sovietici alla mano, che la cosiddetta svolta di Salerno», ovvero la proposta del Pci agli altri partiti antifascisti nel 1944 di entrare nel governo Badoglio fino ad allora sventolata come la prova dell'autonomia di Togliatti dall'Urss, fosse stata ideata da Stalin e da lui imposta ai comunisti italiani.
Zaslavsky è stato uno dei protagonisti dell'abbattimento del Muro di Berlino nel campo storiografico infrangendo gli schemi della lettura classista del Novecento che è stata dominante soprattutto nel nostro Paese e che, a quanto risulta dal silenzio prevalente che ha accompagnato la sua scomparsa, perdura ancora tenacemente nelle redazioni culturali dei giornali italiani così come nelle università. L'Italia dimentica così il «suo» Aleksandr Solzenicyn.
Il professor Zaslavsky ha svolto un lavoro fondamentale sulla storia del nostro Paese, anche come esperto della commissione parlamentare sulle stragi. Lo storico di origine russa, intervenendo ad un convegno organizzato nel febbraio 2005 dalla Fondazione Craxi sulla politica estera del premier socialista italiano, ricordò così il suo arrivo nel nostro Paese: «Nel gennaio del 1975, una volta espulso dall'Unione Sovietica, mi sono trasferito a Roma e la prima persona con cui potei parlare fu Jiri Pelikan (ex direttore della Tv di Stato cecoslovacca all'epoca della Primavera di Praga, poi esiliato in Italia dopo la repressione sovietica e portato da Craxi al Parlamento europeo) che faceva da tramite fra i dissidenti russi dell'Europa orientale e i gruppi politici italiani. Mi disse testualmente: «Ricordati: l'unica forza politica italiana che ha interesse ai Paesi dell'Europa Orientale ed è pronta ad appoggiare il dissenso è il Partito Socialista Italiano». I Socialisti non fecero mai mancare il loro appoggio. Un esempio concreto della loro solidarietà fu la pubblicazione in Italia della rivista dissidente Listy, di cui lo stesso Pelikan assunse la direzione. Nel primo numero speciale, in occasione del quarto anniversario dell'invasione sovietica della Cecoslovacchia, nel 1972, Bettino Craxi spiegava che lo sforzo del suo Partito per pubblicare Listy era un impegno non solo per impedire che la voce della Primavera di Praga venisse soffocata, ma anche per riprendere il dibattito politico sull'esperienza comunista». Zaslavski ricordò anche che la stessa rivista culturale di riferimento dei Socialisti negli anni ‘70 divenne un punto di incontro fondamentale per i dissidenti dell'Est: «Mondo Operaio rivolse un'attenzione costante al mondo del dissenso nei Paesi dell'Est europeo, alle sue radici sociali, oltre che alle sue prospettive politiche. I numeri della rivista si aprivano sempre più alla collaborazione degli esponenti del dissenso». E non solo: «Allo spirito degli accordi firmati nel ‘75 sugli scambi culturali, può essere attribuito quel grande evento culturale, tenutosi a Venezia nel ‘77, che passò alla storia con il nome di Biennale del Dissenso. L'iniziativa, realizzata grazie all'impegno di Carlo Ripa di Meana, presidente della Biennale, si riproponeva di far conoscere in Occidente le opere degli intellettuali dissidenti dell'Unione Sovietica».
Il professor Zaslavski, tuttavia, era un uomo capace di indagare con forza e in profondità il passato. Certo, avvertiva il bisogno di portare elementi di verità nel dibattito storiografico italiano, viziato dall'egemonia culturale comunista. Negli ultimi anni tentò di spiegare il suo Paese, la Russia, all'opinione pubblica italiana e in particolare di raccontare perché i russi continuino a volere Putin al potere. Lo fece con pragmatismo, senza finti moralismi o pregiudizi ideologici, da vero scienziato della Storia. Il 3 dicembre 2007, ad esempio, commentando i vittoria del partito di Putin della Duma infrangeva stereotipi e pregiudizi consolidati: ‹‹Putin ha vinto la scommessa: il suo partito "Russia unita" avrà alla Duma almeno 315 deputati su un totale di 450. Il partito del Presidente potrà approvare qualsiasi legge, cambiamenti della Costituzione inclusi. (...) Per capire il senso dell'alta partecipazione e della schiacciante vittoria del partito del Presidente Putin, però, vorrei riferire i risultati di due inchieste condotte nel 2007 dall'autorevole Centro Levada di Studi sull'opinione pubblica di Mosca. All'inizio di ogni anno, un gruppo rappresentativo di russi deve rispondere alla domanda «quali sentimenti sono apparsi e si sono rafforzati nell'anno trascorso tra la gente che La circonda?». Nelle inchieste di questo tipo non si chiede mai di riflettere su se stessi ma sulle persone che ci circondano, utilizzando l'intervistato come osservatore-partecipe. Sarebbe utile confrontare i dati del 1998, l'anno quando Putin ha fatto la sua apparizione sulla scena politica, con quelli del 2007. Rispetto al 1998, nel 2006 le risposte hanno registrato l'aumento del sentimento di speranza (dal 13 al 35%), del senso della dignità umana (dal 4 al 10%) e dell'orgoglio nazionale (dal 3 al 6%). Sono diminuiti invece: la sensazione dell'apatia e dell'indifferenza (dal 45 al 39%), del disorientamento (dal 24 al 12%), della rabbia e dell'aggressività (dal 35 al 15%) e della paura (dal 24 al 7%). In un'altra inchiesta gli intervistati dovevano rispondere alla domanda: «Che cosa è più importante per la Russia di oggi: l'ordine, anche se per raggiungerlo si dovrà accettare alcune violazioni dei principi democratici e delle libertà personali, oppure la democrazia anche se le libertà democratiche talvolta possono essere utilizzate dagli elementi sovversivi o criminali?». Il 68% degli intervistati si sono espressi in favore dell'ordine, mentre il 17,5% hanno scelto la democrazia. Ed è proprio qui che sta la base del consenso ottenuto da Putin in questi anni.
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