Harold Bloom è un grande critico letterario americano, forse uno dei più grandi. Dunque merita, eccome, una lunga intervista, come quella pubblicata sul numero di novembre del mensile IL (Intelligence in Lifestyle), l'ultima creatura editoriale del Sole 24 Ore. Un personaggio di questa caratura, autore di memorabili e graffianti saggi, tra cui il più importante e «gettonato» è Il Canone Occidentale (1994), deve avere un'intervista come Dio comanda. Ci ha pensato Walter Mariotti ad interloquire con il Maestro della critica letteraria e sociale, ma il prodotto dello sforzo è stato a dir poco mediocre e ciò non lo si deve a Mariotti, bensì - come sempre - al suo intervistato, Harold Bloom.
Bloom esordisce con una definizione stravagante e banale di Bush, che viene dipinto come «il nostro piccolo Mussolini». Subito dopo si esercita in un saggio di politologia in sedicesimo, con un'altra fulminante e geniale definizione di Barack Obama: «Obama è delizioso. Quando i fascisti americani hanno attaccato la riforma sanitaria ho pensato: "Chi glielo fa fare? Lo uccidono"». Ora, è noto a tutti che a criticare la riforma obamiana non sono stati soltanto i «fascisti americani» - ovvero i Repubblicani, nella versione del liberal Bloom amico dell'altro sommo esempio di liberal, il filosofo Richard Rorty, al quale ha dedicato anche un libro - ma anche un certo numero di esponenti non di secondo piano dei Democratici. Il che dovrebbe almeno attenuare il livore polemico del critico letterario, ma è troppo forte la tentazione di giocare a chi la spara più grossa, volendo diventare il Critico Totale, l'uomo del Grande Rifiuto del Sistema Fascista Americano. Alle tentazioni, soprattutto giunti ad una certa età, si dovrebbe dire di no, ma evidentemente Bloom si sente al di là di ogni imbarazzo e così tira ad alzo zero su chi è oggi in difficoltà. Notevole.
Ma il nostro raffinato intellettuale non è solo un polemista contro Bush e i «fascisti americani», è anche un mezzo Adorno incapsulato nel bozzolo semidorato dell'università degli USA. Ecco come si può dire una mezza verità - diremo poi perché. Ora leggiamo il Verbo propalato dal Nostro: «Tutto inizia nel 1968, quando la rivoluzione viene imposta a livello mondiale. Politicamente il movimento era più che legittimo, nascendo come reazione all'orrore della guerra in Vietnam. Però la delegittimazione dell'autorità e la falsificazione del sapere sono penetrati in ogni aspetto della realtà, creando un complesso di colpa legato all'idea di élite culturale. Un'ipocrisia assurda, che ha distrutto ogni qualità occidentale della trasmissione del sapere. Il politicamente corretto nasce qui». Bene, siamo completamente d'accordo, anche l'altro grande Bloom della cultura Usa, vale a dire Allan, ha esposto tesi analoghe in un best-seller di grande forza intellettuale, La chiusura della mente americana. Lungi da noi dissentire da queste verità sacrosante.
Solo che, subito dopo, il critico letterario diventa polemista a buon mercato e dimostra di non aver tratto adeguatamente le conclusioni dalle sue tesi. Infatti, alla domanda di Mariotti - «Perché non si ha più la testa per Dante?» - Bloom risponde in maniera svaccata e gratuitamente rozza: «Chieda a Berlusconi». Replica quasi seccato l'intervistatore: «Ancora Berlusconi? E' un'ossessione». E qui esce la pregiudiziale ideologica anche nell'Adorno americano: «Berlusconi è uno degli esiti del Sessantotto, metafora di un mondo dominato dai media visivi. Però la cultura non può essere dominata dalla visione e restare in relazione con Dante, Shakespeare e Cervantes, che erano invece influenzati da Taddeo di Bartolo, Michelangelo, Caravaggio. Concettualizzavano metafore. Ma oggi? Come si fa a concettualizzare una escort?». Siamo quasi al vilipendio di una delle massime cariche pubbliche di uno Stato amico e storico alleato del paese nel quale è nato ed ha creato la sua fama e la sua carriera il Maestro Bloom, gli USA.
Ma lasciamo perdere questo aspetto che altrimenti dovrebbe essere messo in conto a due terzi della stampa internazionale e veniamo al nocciolo della questione. Intanto, è una sciocchezza dire che Berlusconi sia figlio del '68, casomai è figlio del '77, dell'autogestione libertaria delle radio e delle televisioni, come viene documentato ed argomentato perfino dagli ideologi del movimento del '77. Le tv libere e il mondo della libertà della comunicazione hanno poi preso strade differenti - una cosa è Radio Alice, altro il primo embrione di Canale Cinque - ma rimane l'urgenza irrefrenabile di anti-statolatria e di fuoriuscita dal mercato imposto dalla mano pubblica, seppur interpretato in modalità differenti, che non è qui il caso di dettagliare. Altra questione: l'immagine. La cultura e l'arte fiamminghe del '600 non erano forse una filiazione delle metafore antropologiche e culturali poi ritradotte in immagini? E Caravaggio? E tutto il Barocco, tanto italiano quanto spagnolo? Non è forse il dominio dell'immagine? Concettualizzare metafore non vuol dire lavorare soltanto sulla parola, ma anche ritradurre concetti e simboli universali in immagini. Basta gettare uno sguardo sull'opera di Goya per capirlo. Ma i paraocchi ideologici si chiamano appunto così proprio perché impediscono di vedere ciò che è evidente ad uno studente del primo anno del celebre Bloom. Lo sa anche il Maestro, ma la tesi di Videocracy è troppo affascinante e banale per non essere fatta propria e rimasticata in salsa culturologica.
Dunque, ci siamo dovuti sorbire quel geniaccio di Bloom in chiave di riedizione della metafora grottesca di Citizen Berlusconi. Ho scritto proprio su questo sito, anni fa, che l'uscita di questo «documentario», con questa metafora, in realtà, non è altro che l'iper-berlusconizzazione del dominio della politica, perché è proprio in quanto citizen, cittadino che si rivolta contro l'establishment e contro le gerarchie dei poteri (cosiddetti) «forti», che Berlusconi ha cominciato la sua avventura corsara nella politica. D'altra parte, se Bloom non fosse così ammalato di antiberlusconismo di maniera, sarebbe stato in grado di capire, come ha fatto brillantemente il neuroscienziato-politologo George Lakoff, che la vera rivoluzione culturale, in America e non solo in America, l'ha compiuta la destra, che ha saputo costruire un «framing», cioè una cornice ideologico-politica in grado di afferrare i bisogni e le domande degli elettori e della società nel suo complesso. L'attuale crisi della destra repubblicana è forse un momento di passaggio, in ogni caso neanche Bloom appare completamente convinto della carica «rivoluzionaria» di Obama, che definisce infatti non «un rivoluzionario», ma «una specie di riformatore illuminato». A nostro avviso, l'America avrebbe più bisogno di pensatori come Christopher Lasch che di critici avventati come Harold Bloom, ferma restando la sua genialità nel suo mestiere. Appunto... nel suo mestiere. Ma non dovrebbe bastare, nell'economia di un'intera vita?
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