Lungimiranti o semplicemente controcorrente? E' la domanda che si è posto chi ha assistito all'iniziativa del Popolo della Libertà al Senato in vista del prossimo vertice di Copenhagen sul clima. Fortemente voluta dal presidente del gruppo, Maurizio Gasparri, e dal presidente della Commissione Ambiente, Antonio D'Alì, l'incontro ha visto riunirsi un buon numero di senatori del Pdl pronti a sostenere la linea realista del governo in materia di clima, una linea oggi considerata decisamente fuori dal coro internazionale e soggetta a molteplici attacchi da parte dell'Ue. L'obiettivo primario, per la maggioranza, è lavorare per non trovarsi di fronte nuovi Trattati in cui l'Italia sia fortemente penalizzata rispetto a paesi europei e internazionali che nel recente passato hanno avuto la possibilità di esprimere diverse volontà e sfruttare assetti industriali lontani dal panorama manifatturiero nostrano. E' fondamentale, invece, a detta di Gasparri, che l'Italia, come l'Europa e tutti i 190 paesi che saranno presenti al vertice mondiale, intervengano con maggiore realismo sui problemi ambientali del pianeta, abbandonando i contrasti e i comportamenti demagogici che negli ultimi quattro anni hanno visto l'Ue assumere come principio universale la soluzione di Kyoto per la riduzione dell'emissione di masse gassose, senza pensare che quanto deciso non rientrava in nessuna legge scientifica di lotta all'inquinamento universalmente riconosciuta.
Già nel mese di marzo, a margine dell'incontro tra i presidenti delle Commissioni parlamentari Energia ed Ambiente dell'Ue, tenutosi a Praga, la maggioranza al Senato aveva espresso con una mozione un parere fortemente contrario alla linea politica ambientale europea. Una linea che è stata assunta anche in quest'occasione, sottolineando che la deriva ambientale si può risolvere partendo anche da problemi scientificamente provati: la deforestazione, il problema della biodiversità e dell'adattamento sono problematiche impellenti specialmente sulle spalle dei paesi più svantaggiati, ma la cosa più importante è che, a differenza delle prospettive probabilistiche di successo relative alla CO2, queste emergenze sono ampiamente risolvibili.
Oltre alle possibili soluzioni per rendere la salvaguardia ambientale una realtà piuttosto che una chimera, sono emersi anche problemi di carattere internazionale: l'Italia ha giocato fino ad oggi la parte di aggregato alle decisioni europee, senza badare alle nette differenze tra paesi emergenti e paesi industrializzati. Oggi però il problema si pone quando paesi come l'America, la Cina e l'India hanno dimostrato un comportamento non curante verso la tematica ambientale e hanno gestito autonomamente il loro range di riduzione delle emissioni, fissando, come è accaduto agli Usa, il limite al -17%, che è inferiore rispetto all'obiettivo dell'Italia. La richiesta del dialogo, quindi, nasce dalla necessità di affermare una condotta mondiale che vieti l'assunzione di azioni arbitrarie, intraprendendo la strada del bene comune. Purtroppo le ultime prospettive, a sei giorni dall'avvio del vertice, non sono delle migliori: l'America auspica una battuta di arresto sulle possibili decisioni vincolanti e chiede di rinviare a 12 mesi gli accordi definitivi. Le malelingue dicono che sia una mossa per accontentare i paesi emergenti e rendere strategico l'evento in vista della tornata elettorale del prossimo novembre.
E' certo che, in occasione del Vertice sul clima, l'Italia avanzerà le sue critiche e forse potremo sperare che l'Europa, responsabile solo del 17% delle emissioni gassose, proporrà programmi di salvaguardia climatici a soluzione strutturale dove saranno previsti interventi anche in altri ambiti di emergenza, oltre a quelli finora approvati.
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