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Numero 462
del 11/02/2012
Frank Gehry alla Triennale: tra sogno e scultura PDF Stampa E-mail
! di Paolo Vitale
vitale@ragionpolitica.it
  
giovedì 03 dicembre 2009

Già dal 27 settembre 2009 al 10 gennaio 2010 è possibile visitare presso la Triennale di Milano la mostra intitolata Frank O. Gehry dal 1997. A curare l’esposizione è il critico d’arte Germano Celant curatore di mostre per i più prestigiosi musei del mondo (Guggenheim, Centre Pompidou, Palazzo Grassi, Biennale di Venezia), nonché attuale direttore artistico della Fondazione Prada di Milano. La mostra si articola in una decina di grandi sale tutte interamente occupate dalle maquette di studio e di concorso del grande architetto canadese. Celan non si preoccupa di allestire una mostra per «addetti ai lavori», dominata da disegni tecnici, schizzi di dettagli costruttivi e riferimenti ignoti ai più, bensì una mostra aperta davvero a tutti, anche a coloro che nulla sanno delle ultime opere dell’archistar di turno o dei dibattiti accademici in fatto di tipologia e di inserimento ambientale.

Insomma, Celan non allestisce una mostra di architettura, ma una di scultura. I grandi plastici degli edifici campeggiano, infatti, al centro delle sale come fossero vere e proprie sculture. E le architetture di Gerhy ben si prestano a questo gioco: superfici amorfe, volumi organici, materiali hi-tech, membrane eteree, forme sinuose ed effetti speciali tendenti al kitsch. Nessuna foto alle pareti, nessuna pianta tecnica, nessun dettaglio costruttivo, nulla insomma di ciò che comunemente si trova ad una mostra di architettura. Per i più pignoli tuttavia sono stati previsti dei touch-screen, il funzionamento dei quali è talmente complicato che vengono ben presto tralasciati: i plastici sono decisamente più interessanti. L’esposizione prende avvio dal progetto dell’ormai inflazionato Guggenheim Museum di Bilbao, che è la vera svolta progettuale di Frank O. Gerhy, datato 1997. Quello è da considerarsi come l’anno 0 per il nostro architetto. Tutto ciò che viene dopo è, di fatto, una variazione su tema. Si passa così alla sala dedicata alla Walt Disney Concert Hall di Chicago, a quella dell’inquietante edificio DZ Bank di Berlino, e così via fino ad arrivare all’ultima sala dedicata alla copertura del palco del Jay Pritzker Pavilion nell’Illinois.

Cuore della mostra è però la sala dedicata al fantascientifico progetto dell’Atlantis Sentosa di Singapore: un faraonico parco a tema (la natura?) impiantato sull’Isola di Sentosa. Un tripudio di forme bizzarre, richiami onirici all’architettura orientale e alle creature marine, cascate artificiali, droidi zoomorfi e gigantesche vele di vetro. Alberghi chilometrici e casinò completano il tutto. Il plastico di concorso, mirabilmente eseguito per compiacere i gusti del Sol Levante (un po’ meno quelli occidentali), vale da solo la visita alla mostra: è a metà tra un presepe cinese e una ricostruzione dell’isola che non c’è! Assolutamente d’effetto le centinaia di fibre ottiche utilizzate per ricreare l’illuminazione notturna dell’enorme complesso. Qualcosa tuttavia non convince del tutto il visitatore: ammirando la maquette si ha come l’impressione che Gehry si sia lasciato prendere un po’ la mano, scadendo in un effetto Gardaland poco adatto ad un architetto del suo calibro. Superata la sala dell’Atlantis Sentosa, l’interesse cala inesorabilmente fino ad ad annullarsi nell’ultima: Ghery sembra ripetersi un po’ e a lungo andare può stancare. Troppo casuali sembrano le sue forme, plasmate e modellate con Catia (softwear per modellazione 3d di ultimissima generazione) come uno scultore modella la creta. Il colmo delle stranezze espositive si raggiunge nella sala del grattacielo in Beekman Street a New York. Celan si preoccupa, infatti, di far leggere al visitatore, riportando a lettere cubitali sulla parete la citazione, come Gehry sia riuscito a vendere il progetto grazie al disegno delle finestre «a bovindo» (che deriva dall’inglese «Bow window», arco della finesta).




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