Dopo che la decisione di inviare altri 30.000 militari in Afghanistan è stata ufficializzata dal presidente americano durante il suo discorso di fronte ai cadetti di West Point martedì scorso, anche l'Italia ha deciso di rendere ufficiale la sua adesione alla nuova strategia. Come anticipato la scorsa settimana su Ragionpolitica.it, il nostro paese ha deciso senza esitazioni di aderire alla richiesta americana di incrementare lo sforzo militare nel «paese degli aquiloni», ed il governo ha condiviso la decisione durante il Consiglio dei ministri di giovedì, al termine del quale, in una conferenza stampa congiunta, i ministri della Difesa, Ignazio La Russa, e degli Affari Esteri, Franco Frattini, hanno illustrato le cifre del nostro futuro impegno.
L'Italia - ha dichiarato il ministro La Russa - «crede nel nuovo progetto» ed è convinta che un corretto approccio al problema debba prevedere non solo una maggiore presenza delle truppe sul territorio ed un'attenzione particolare alla formazione delle forze di sicurezza, ma contemporaneamente anche un «approccio più globale», con più risorse per la ricostruzione e più obblighi per il presidente Karzai, soprattutto contro la corruzione ed il traffico di droga. Ma mentre la seconda parte è prettamente politica e, soprattutto, in carico agli stessi afghani, la prima parte rientra evidentemente tra i compiti che l'Alleanza Atlantica si è data, e che dovrà ritrovare slancio proprio grazie all'aumento dei militari impegnati in teatro. Per quanto riguarda il nostro paese, il ministro La Russa ha chiarito che l'Italia ha dato disponibilità ad incrementare di 1000 unità il numero delle truppe impiegato, in un arco temporale di circa 12-14 mesi, dall'inizio del prossimo anno fino alla fine del 2010, con un'accelerazione nella secondo parte dell'anno prossimo.
L'impegno sarà concentrato nella regione ovest del paese, dove l'Italia già oggi ha la responsabilità del Regional Command West (RC-W), e consentirà alle truppe italiane di controllare meglio il territorio, portando a quattro il numero dei Battle Group impegnati a garantire la sicurezza della popolazione. L'aumento delle truppe in Afghanistan - ha inoltre chiarito il ministro Frattini - sarà proporzionale alla diminuzione del nostro impegno in altre zone del mondo, come i Balcani ed il Libano. E' impensabile, infatti, che l'Italia continui a mantenere in Libano il doppio delle truppe del paese che prenderà il comando delle operazioni, cioè la Spagna. E' evidente, quindi, che oltre alla riduzione fisiologica dei nostri uomini dovuta al cambio del comando, dovrà esservi un riequilibrio degli impegni proporzionali al livello di responsabilità dei contingenti. Ma - ha precisato Frattini - «qualunque decisione sarà concordata con gli alleati, perché la nostra regola è che si entra insieme e si esce insieme».
Dunque mille uomini in più in Afghanistan per garantire un maggiore controllo del territorio e, di conseguenza, maggiore sicurezza. Ma anche 200 carabinieri in più (rispetto ai 60 attualmente impiegati) per garantire la formazione della polizia del paese. Proprio per questo accresciuto impegno del personale addestratore dell'Arma, oltre che per la riconosciuta professionalità dei nostri militari, l'Italia - ha sottolineato con orgoglio il ministro Frattini - ha ottenuto con un proprio ufficiale il coordinamento dell'intero programma NATO di formazione della polizia afghana, mentre il ministro La Russa ha persino parlato di una «imbarazzante serie di elogi» nei confronti degli uomini e donne dell'Arma, ricevuti ogni qualvolta «andiamo in giro per il mondo».
Dunque, è questa la «strategia di transizione» - come l'ha definita il ministro Frattini - che l'Italia contribuirà a portare avanti nel «paese degli aquiloni», con una prospettiva temporale per la prima volta determinata. Il 2013, infatti, è l'anno in cui scadrà il nuovo mandato di Karzai, ed è il termine massimo che la NATO ed il presidente afghano si sono dati per riconsegnare finalmente alla popolazione un paese pacificato. Occorrerà un strategia «un po' più politica e un po' meno militare», in cui la sicurezza sia in funzione della ricostruzione del paese. Occorrerà ricostruire la sanità, addestrare la polizia, combattere il traffico di droga e la corruzione, e ricostruire l'agricoltura. Ma proprio per poter portare a termine questi compiti sono necessari contingenti militari che garantiscano la sicurezza. In questa strategia l'Italia crede fermamente, e per questo ha deciso di aderire senza alcuna esitazione. Una differenza non da poco rispetto ad altri alleati «di peso», come Francia e Germania, che hanno chiesto più tempo per decidere. Ma tentenna solo chi non ha una strategia chiara, ed il nostro paese, ed il nostro governo, dimostrano ancora una volta di saper rispondere alle sfide con risolutezza, esercitando una leadership politica importante e riconosciuta.
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