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Numero 462
del 11/02/2012
«Co'l sol va a monte...». Il canto della memoria e dell'esodo istriano PDF Stampa E-mail
! di Daniele Martino
martino@ragionpolitica.it
  
sabato 05 dicembre 2009

Autore: Maria Punter punter_talete.jpg
Editore: Talete
Prezzo: 13,50 €
Pagine: 68

 

Questa raccolta di poesie di Maria Punter (Trieste, 1903 - Roma, 1990) è lo specchio della società istriana tra le due guerre mondiali; una società, un insieme di tradizioni e modi di vita che i grandi avvenimenti della Storia hanno cancellato, relegandola all'oblìo, alla rimembranza, al ricordo. Con la sapiente prefazione di Elvio Guagnini, docente di letteratura italiana all'Università di Trieste, l'opera di Maria Punter si inquadra nel contesto letterario estremamente vivace della Trieste primo-novecentesca. L'autrice scrive le poesie nel dialetto di Pirano, un paese sulla costa istriana, passato alla Iugoslavia nel dopoguerra e oggi appartenente alla Croazia. L'utilizzo del dialetto non è causale ed è dovuto a due motivi: il primo è la formazione glottologica dell'autrice, che collaborò a Padova con l'insigne linguista Giacomo Devoto in uno studio sul dialetto piranese, idioma che risente dell'influenza delle lingue latine dell'Istria, appartenenti al ramo del romeno e non a quello dell'italiano e dei dialetti tri-veneti; il secondo motivo è che quel mondo è solo rappresentabile mediante l'utilizzo del dialetto, che qui non ha una patina di esotismo arcadico, ma supplisce alla funzione pratica di una descrizione altrimenti impossibile. L'autrice fa riferimento ad un dialetto piranese puro, quello arcaico del nonno, perché quello contemporaneo all'autrice ha già subìto l'influenza del triestino, e quindi non sarebbe efficace al meglio per descrivere lo spaccato sociale che l'autrice tiene come punto fermo nella stesura dei testi.

Le poesie di Maria Punter sono infatti lo specchio, lo strumento del ricordo di una piccola società che gli eventi storici hanno distrutto, obbiligando i suoi membri ad un esodo in Italia e nel mondo. Rimane quindi solo la rimembranza della vita pratica e quotidiana per mantenere la propria identità istriana, o meglio piranese, anche se non si è più in quei luoghi, di cui rimangono solo le vestigia architettoniche ma non le persone e le parole. La descrizione della vita semplice in dialetto non significa affatto una struttura testuale elementare e banale; anzi, i testi della raccolta sono la commistione di più strati culturali e letterari, anche molto distanti tra loro; ne è l'esempio più notevole l'Intermezzo omerico, un testo poetico a metà della raccolta, in cui in dialetto piranese e in maniera ironica si affronta la tematica omerica di Ulisse, Menelao e del tradimento delle mogli, un topos della letteratura greca che è il punto di partenza in ogni studio sociologico e antropologico sulla condizione femminile nella Grecia classica.

Questa commistione di tematiche letterarie così differenti si comprende, e quasi si giustifica, solo inserendola nel contesto biografico dell'autrice. Prima di trasferirsi negli anni '50 a Roma, città in cui non a caso andò a vivere nel «villaggio giuliano-dalmata» dell'Eur, l'autrice frequenta la società triestina tra le due guerre, che comprendeva un panorama letterario e artistico di altissimo livello, dai poeti Umberto Saba e Biagio Marin ai pittori Edgardo Sambo e Vittorio Bergagna. Ed è nella Trieste della «Società di Minerva», del salotto letterario di Anna Pittoni che si realizza l'esperimento poetico di Maria Punter, che unisce la società semplice e arcaica della piccola Pirano agli scenari triestini cosmpoliti e mitteleuropei, noti al grande pubblico soprattutto grazie ai testi di Italo Svevo. L'atmosfera del salotto letterario, del contesto di vita triestina dell'autrice emerge anche nei testi poetici dialettali con un altro rimando alla letteratura classica, riprendendo il mito dell'otium oraziano; nel testo Egoismo, infatti, si rivendica ironicamente come necessaria la tematica della vita contemplativa. Una leggerezza nello stile dell'autrice, che permette anche di affrontare i nessi problematici e dolorosi dell'esistenza con un approccio lieve, quasi edulcorante e rassegnato all'ineluttabilità degli avvenimenti umani, infinitamente piccoli se paragonati ai grandi meccanismi della Storia, senza però mai mancare di profonda intensità.

Un'intensità del ricordo che è presente nei testi dell'autrice anche per quanto riguarda le tematiche d'amore, in cui l'aver interiorizzato le ferite di Cupido non significa che esse non ci siano più, ma che anzi sono penetrate nel profondo, lasciando un segno indelebile. È proprio in questa descrizione della passione d'amore che Maria Punter sublima la propria arte poetica, abbinando alla massima di vita universale l'intimo vissuto del lettore: «Xe come una ferìa d'amor in zoventù: / no la sanguina più, ma el segno no va via».




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Commenti (2)
1. 11-12-2009 15:12
Esotismo Arcadico
"Il Canto della memoria..." 
 
L'autore della recensione pare fissare con lo spillo in una teca l'icona della tragedia di 350.000 italiani dell'Istria di Fiume, della Dalmazia come si fa con una farfalla rinsecchita, curiosamente particolare, di una collezione museale. 
Nulla, alcuna vibrazione si coglie della fine violenta di un popolo italiano nel midollo. 
Nulla si sa di una ricca cultura ormai sepolta nei ricordi dei superstiti dell'esodo e di pochi discendenti resi perfino vergognosi delle proprie origini nel paese che ha voluto espellerli culturalmente, così come gli slavocomunisti li hanno espulsi fisicamente con foibe e annegamenti. 
Una medaglia alla memoria, che nessun italiano "normale" comprende, non salva l'anima di un paese che ha rinnegato la propria civiltà umanistica rinnegando i propri figli. 
Rinaldo Jurcovich 
(direttore sito www.exilio.it)
Scritto da Exilio
2. 15-12-2009 19:24
Ancora sul Canto della memoria
Spero non me ne voglia Daniele Martino se ho colto l'occasione della recensione per rilevare la lontananza dell'orizzonte, non solo spazio-temporale, che mostra bagliori di una antica civiltà italica morente. 
 
E' una lontananza misurabile soprattutto sul piano della coscienza storica nazionale. Una coscienza appannata da una perenne guerra civile che, come la punta di un iceberg impazzito, a volte scompare a volte riemerge minacciosa. 
 
Pensieri di un pessimista ? 
Piuttosto sensibilità esasperata di un esule che ha passato la vita sentendosi ingiustamente "delocalizzato". E rimosso. Proprio nel paese dove una categoria lessicale tra le più abusate è quella ruota attorno al concetto di "giustizia".
Scritto da Exilio

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