Finalmente! L'articolo di Nicolas Sarkozy, politico di razza, pubblicato su Le Monde e riproposto in Italia da La Stampa, aiuta la discussione pubblica sul «caso minareti». Gli svizzeri hanno detto «no» alla costruzione di nuovi minareti e l'Europa - afferma Sarkozy - bolla come «populismo» il pronunciamento del popolo elvetico. «Questo disprezzo del popolo - perché è una forma di disprezzo - finisce sempre male. Come stupirsi del successo degli estremisti, quando non si tiene conto della sofferenza degli elettori? Quello che è appena accaduto mi ricorda come fu accolto il "no" alla Costituzione europea nel 2005. Mi ricordo di parole a volte dure pronunciate contro la maggioranza dei francesi che aveva scelto di dire "no". Opporre la Francia del "sì" a quella del "no" significava aprire una frattura, che non avrebbe mai permesso alla Francia di riprendere il suo posto in Europa. Per riconciliare la Francia del "sì" e quella del "no" bisognava prima di tutto capire cosa avevano voluto esprimere i francesi».
Ecco il punto, la domanda: che cosa hanno voluto esprimere gli svizzeri con quel «no»? Dovremmo porci di fronte a questa domanda sine ira ac studio, con lucidità ed oggettività, senza fremere di rabbia solo perché, con quel voto referendario, la Svizzera ha osato dire «no» anche al mondialismo imposto dall'alto. O, meglio: al multiculturalismo imposto dalle lobbies e dalle reti finanziarie e ideologiche, alle quali preme soltanto l'indifferenza dell'«equivalente generale», il denaro, e l'omologazione religiosa. Perché dovrebbe essere tollerata quest'idea giacobina e costruttivistica e non il voto popolare svizzero? Non è chiaro, perché l'ideologia è falsa coscienza e non deve spiegare alcunché a nessuno: "si dà" come l'essere secondo il filosofo tedesco Martin Heidegger, e tanto basta. Anzi deve bastare.
Uno strano modo per avviare un dibattito sulle libertà dei popoli. In sostanza, per molti progressisti multiculturalisti l'Iraq deve scegliere da solo l'ordinamento costituzionale e vivere secondo criteri di autodeterminazione - ed io dico: giusto, va bene - ma la Svizzera non può decidere di fare quel che vuole sul suolo patrio. E io qui dico: no, qui non ci siamo. Come chiarisce Sarkozy: «La globalizzazione rende l'identità problematica, perché tutto in lei contribuisce a smembrarla, ma nello stesso tempo ne acuisce il bisogno: perché più il mondo è aperto, più la circolazione delle idee, delle persone, dei capitali, delle merci è intensa, più c'è bisogno di un'àncora, di un punto di riferimento, di sentire che non si è soli al mondo. A questo bisogno di appartenenza si può rispondere con la tribù o con la nazione, frantumando la società in comunità etniche o con l'unità della Repubblica. L'identità nazionale è l'antidoto al tribalismo e al comunitarismo».
Ecco, gli svizzeri, come del resto i francesi, hanno sentito minacciata la loro identità nazionale ed hanno risposto come hanno potuto. Ciò non equivale a dire che si debba negare a chi viene accolto in casa nostra di pregare in luoghi decenti o di avere libertà di culto, libertà religiosa, ovviamente no, mai e poi mai. L'Europa è la patria del rispetto della persona nella sua interezza e nelle sue libertà fondamentali, e la prima libertà, come ci ha sempre ricordato Giovanni Paolo II, è la libertà religiosa. Detto questo, è la strada giusta che deve essere cercata. Il multiculturalismo coatto è una strada ideologica, già bocciata dall'Inghilterra laburista di Tony Blair, oggi sensibile più che mai alla politica «basata sulla fede». Ma questa sensibilità deve trovare radicamento e sviluppo in un sano meticciato. La strada indicata dal Patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ad esempio, è una pista ragionevole e carica di senso religioso e culturale. Ma questa strada si percorre nella chiarezza dei rapporti reciproci. La convivenza democratica è un lavoro duro e chi lavora fatica, poco o tanto. Se da un lato - scrive Sarkozy - «rispettare chi si accoglie è sforzarsi di non urtarlo, di non choccarlo, di rispettarne i valori, le convinzioni, le leggi, le tradizioni e farle, almeno in parte, proprie», dall'altro occorre dire ai «compatrioti musulmani» (questo è il passo da metabolizzare in Italia: compatrioti musulmani, ma per far ciò occorre avere un senso nazionale ed identitario come quello francese - perché non si riflette mai su questo dato originario?) che tutto ciò che può sembrare o essere una sfida al patrimonio culturale cristiano e laico della nazione deve essere condannato senza se e senza ma. Con ciò il presidente francese può affermare che un simile atteggiamento mette in discussione «la costruzione di un islam francese» (e noi potremmo dire «italiano»).
Stringiamo. Chiude Sarkozy: «Cristiano, ebreo, musulmano, uomo di fede, qualunque sia la sua fede, credente, qualunque siano le sue convinzioni, ognuno deve saper evitare ogni ostentazione e provocazione e, cosciente della fortuna di vivere in una terra libera, deve praticare il suo culto con l'umile discrezione che testimonia non la debolezza delle sue convinzioni ma il rispetto fraterno che prova per chi non pensa come lui e con cui vuole vivere». L' «umile discrezione», che non corrisponde al linguaggio del disprezzo e della calunnia contro un popolo libero. Una società libera dev'essere una società attiva e responsabile, dunque deve saper responsabilizzare tutti, musulmani inclusi. Altrimenti la partita della cittadinanza, su cui si deve discutere senza preclusioni ideologiche o settarie, non si può realmente giocare. E non ci sarà, di conseguenza, un islam italiano. Il punto di partenza è la nazione e l'identità nazionale, storica, culturale. Il resto sono esiti che vanno discussi avendo chiari i fondamenti.
Condividi questo articolo      
|