| Autore: |
Rupert Smith |
 |
| Editore: |
Il Mulino |
| Prezzo: |
28 € |
| Pagine: |
520 |
Se c'è una cosa chiara che emerge dalle vicende afghana e irachena è che capire la guerra moderna è uno dei rebus politici più difficili da risolvere. Lo sa bene Obama, costretto a decidere le modalità dell'intervento in Afghanistan pur essendo ancora indeciso sulla natura di quel conflitto: guerra antiterroristica contro Al Qaeda? Contro i Talebani del mullah Omar? Azione di State building delle istituzioni afghane? E chi è il nemico? E qual è il suo centro di gravità? I servizi segreti pakistani alleati dei Talebani? O l'etnia pashtun ormai estromessa dal comando per la prima volta nella storia del paese?
Mai come oggi il contrasto tra il super-potere tecnologico dell'Occidente e la debolezza della sua volontà, tra forza e inconsistenza dei risultati della sua applicazione, era stato così evidente. Droni, sistemi d'arma completamente informatizzati, una logistica strabiliante e dall'altra la difficoltà a inviare poche decine di migliaia di soldati a combattere guerre d'oltremare - si sarebbe detto un tempo - contro avversari estremamente più deboli. Non solo, un'altra contraddizione è data dall'impegno di uomini, soldi con effetti spesso dubbi, fino a sollevare delle domande sulla logica dello strumento «guerra» come mezzo utile e necessario per risolvere alcune situazioni d'emergenza. Ma le contraddizioni non finiscono qui, se parliamo di guerra: la memoria corre all'immagine dei bombardamenti aerei su Dresda, alle trincee della prima guerra mondiale, agli sbarchi alleati in Normandia e Italia, non certo a scontri con tribù nomadi o miliziani a bordo di pick- up.
Rupert Smith, generale inglese, comandante delle truppe in Bosnia, con all'attivo decine di missioni tra cui la guerra del Golfo, ci aiuta a decifrare questa complessa realtà. In un libro appena pubblicato, L'arte della guerra nel mondo contemporaneo, il generale proclama, in un modo che può sembrare provocatorio, che «la guerra non esiste più». La guerra industriale, la guerra come l'abbiamo conosciuta noi europei sul nostro suolo, la guerra napoleonica come scontro di grandi masse, è infatti finita. Con la scomparsa dell'Unione Sovietica è venuta meno anche la possibilità dello scontro tra colossi nucleari, con la reciproca minaccia di distruzione di comunità di milioni d'abitanti e culture millenarie.
Il generale parla da un punto di vista privilegiato: addestrato per combattere una nuova guerra totale nelle pianure dell'Europa Centrale, si è trovato a combattere sui terreni di mezzo mondo conflitti limitati in scopi e mezzi. Ma ha avuto la fortuna di trovarsi tra i ranghi di uno dei migliori eserciti del pianeta, con l'esperienza di combattimenti contro nemici di tutti i tipi. A differenza del più forte cugino americano, sempre dotato di una super-forza, l'esercito inglese si è trovato, fin dall'inizio dell'epoca moderna, ad affrontare avvesari con piccoli contingenti, spesso formati da professionisti. Dall'India all'Afghanistan, agli Zulù in Sud Africa, ai dervisci in Sudan, per finire all'ultima guerra di ieri contro l'IRA e gli estremisti protestanti, l'esercito di Sua Maestà è un capolavoro di pragmatismo e di capacità di adattamento, capace di gestire situazioni coloniali con decisione e, in confronto alle altre potenze espansioniste europee, con saggezza. Dell'imparare immediatamente dalle situazioni, della necessità di trarre lezioni senza concedersi il lusso di teorizzazioni complesse (altro vizio americano: se qualcosa non è sistematizzato in procedura, non esiste) ha fatto una norma che gli permette di gloriarsi di alcuni casi unici come la vittoria contro la ribellione comunista in Malesia tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, una decolonizzaizone tutto sommato di velluto in confronto alla tragedia francese, i consigli perfetti e non seguiti durante la guerra in Vietnam, per finire alla conclusione - appunto - del conflitto irlandese.
Rupert Smith dà una descrizione delle nuove guerre utilizzando una citazione non di un Clausewitz o di Mao, ma di Orwell, del testimone della guerra di Spagna che, in Omaggio alla Catalogna, sostenne: «E' impossibile scrivere della guerra di Spagna da un punto di vista militare puro e semplice. Essa è soprattutto una guerra politica». Le nuove situazioni sono sempre una complessa combinazione di circostanze politiche e militari, il nuovo mondo è infatti solcato da conflitti di ogni tipo, dal terrorismo internazionale agli Stati falliti, da insorgenze globali come quella portata avanti da Al Qaeda ai narco-Stati sudamericani. «E' stato attraverso queste riflessioni che ho realizzato che eravamo in una nuova era di conflitti, che ho definito "guerra tra la popolazione" - vero e proprio nuovo paradigma -, una situazione in cui gli sviluppi politici e militari vanno a braccetto». Guerra tra la popolazione è sia un'espressione descrittiva che una cornice concettuale utilizzata per afferrrare le situazioni contemporanee di guerra; essa riflette «il duro fatto che non vi è più nessun campo di battaglia separato dal resto e in cui si scontrano gli eserciti, né d'altronde non esistono più nemmeno degli eserciti come li abbiamo fino ad oggi conosciuti». Ora la guerra è differente, la popolazione stessa è il campo di battaglia. I civili svolgono tutti i ruoli: possono essere spettatori, vittime, nemici e le forze degli Stati occidentali possono essere chiamate a difenderli o ad affrontarli oppure a svolgere tutti e due i compiti in contemporanea.
Sono conflitti in cui la vittoria militare non è sufficiente: «I mezzi militari non bastano a risolverli». Questa difficoltà della forza a bastare da sola la si ritrova anche al livello più basso: adesso il calcolo politico entra perfino sul piano tattico, nella singola scaramuccia, perché anche l'applicazione della forza (il come e la quantità) è una decisione che avviene tutta nell'ambito del politico. Il risultato è che la massima di Clausewitz - la guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi - non vale più se intesa come aut-aut. Adesso guerra e politica sono elementi inscindibili che si specchiano l'uno nell'altro continuamente. L'esito è sconcertante, nelle guerre limitate tra la popolazione quello che conta è la chiarezza strategica che spesso manca, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi. Lo vediamo oggi in Afghanistan che cosa significa aver affrontato un conflitto limitato con una definizione di «vittoria» che si è andata modificando nel tempo senza che a ciò corrispondesse un adeguato aggiornamento strategico e azioni conseguenti.
Ecco spiegata la «dissonanza», anche cognitiva, tra il modo occidentale di comprendere la forza, la relativa traduzione di tale concezione in organizzazione burocratica armata, preparata per combattere le nostre guerre, e la realtà difforme degli attuali conflitti, che sempre stupisce gli Stati occidentali e in modo particolare gli americani, gestori recalcitranti - e loro malgrado - dell'ordine del mondo.
Condividi questo articolo      
|