Si vede che l'inquinamento acustico ancora non preoccupa, in certi ambienti, e che persino le campane delle chiese, ormai considerate moleste e inopportune, riacquistano la loro funzione quando si tratta di usarle per chiedere al summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in corso dal 7 al 18 dicembre a Copenhagen, di limitare a tutti i costi l'aumento della temperatura del pianeta.
«Una dimostrazione visibile e rumorosa che il mondo vuole agire»: così era stata definita la marcia di sabato scorso nella capitale danese, organizzata da associazioni e reti ecologiste con il sostegno di alcuni sindacati, di gruppi pacifisti e di numerose organizzazioni non governative. Nello stesso giorno a Roma, in piazza Farnese, e in altre 100 città italiane la «Coalizione in marcia per il clima» ha indetto delle manifestazioni per indurre il governo italiano a farsi promotore di un «accordo mondiale equo, solidale e vincolante per la riduzione dei gas serra».
Domenica, invece, si è svolta l'annunciata iniziativa «Bellringing350», ideata da diverse organizzazioni non governative di ispirazione cristiana con l'adesione della Conferenza delle chiese europee e del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee. 350 su un milione è il tasso massimo di sicurezza di parti di anidride carbonica nell'atmosfera ed è anche, perciò, il numero dei rintocchi battuti dalle campane di tutte le chiese della Danimarca il 13 dicembre, a partire dalle 15.00 ora locale, per dire basta all'inquinamento atmosferico e per richiamare i leader mondiali al dovere di evitare il global warming. «Bellringing350» prevedeva contemporaneamente una catena di preghiere da avviare nell'oceano Pacifico meridionale, alle isole Figi, che sono il primo paese in cui sorge il sole, e concludere nel nord Europa. Per dare maggiore risonanza e valore alle campane danesi, inoltre, tutte «le persone di buona volontà», da un capo all'altro della Terra, erano state invitate a far risuonare all'unisono, sempre per 350 volte, «campane, tamburi, conchiglie, gong, corni».
In Italia ha aderito, tra gli altri, la rete interdiocesana «Nuovi stili di vita», il cui slogan è: passare dal Pil (Prodotto Interno Lordo) al Fil (Felicità Interna Lorda). La rete a cui hanno aderito già 26 diocesi è nata nel 2007 per promuovere una sensibilità ecologica dal basso, in funzione di un processo di decrescita felice da realizzarsi tramite un progetto intitolato «Programma delle 8 R»: vale a dire, rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. «Inquinare è peccato, esiste anche il peccato ecologico», spiega il coordinatore della rete, il missionario saveriano Adriano Sella, fiero delle sagre parrocchiali sostenibili che quest'anno si vanno moltiplicando in Veneto e Trentino.
Alle 19.00 del 16 dicembre, due giorni prima della fine del summit, si attuerà poi a Copenhagen un black out volontario: sulla città calerà il buio, interrotto da una processione di lanterne. Il «peccato ecologico» non è il solo concetto nuovo con cui dobbiamo familiarizzare. Un altro è il «debito climatico» verso la comunità internazionale di cui l'Occidente è gravato - secondo i militanti ambientalisti e terzomondisti - e che dovrà estinguere riparando ai danni ambientali prodotti con contributi finanziari miliardari in favore dei paesi poveri. C'è poi la «giustizia climatica» da ricercarsi in una «profonda etica ecologica ispirata all'ecopluralismo»: così recita la home page di Eco Pax Mundi, un network nato per «promuovere una visione post-globale in cui individui e comunità (intese unitariamente, senza separazioni nette tra natura e cultura) siano reintegrati nei loro spazi e ritmi locali e ritornino a partecipare delle loro tradizioni eco-culturali e in cui solidarietà e complementarità sostituiscano mercificazione e competizione». «Giustizia climatica. Alla ricerca di un'etica globale» è anche il titolo di un documento di lavoro realizzato da Caritas Internationalis per suggerire soluzioni sostenibili alle conseguenze del cambiamento climatico.
Il presupposto di queste e di tante altre iniziative è l'assoluta, granitica certezza che sia in atto un processo di riscaldamento globale imputabile a cause umane: è peccato dubitarne, anche se gli esperti Onu risulta che abbiano alterato i dati per dimostrarlo e se migliaia di scienziati in tutto il mondo lo negano.
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