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Numero 475
del 15/05/2012
Sacconi: ĢIl 2010 sarā l'anno della formazioneģ PDF Stampa E-mail
! di Aurora Franceschelli
aurora@ragionpolitica.it
  
giovedė 17 dicembre 2009

Sebbene in questi ultimi tempi abbiamo assistito ad un reiterato tentativo, da parte di agenti esogeni alle logiche di un sano confronto politico, di ostacolare la regolare azione governativa, l'Esecutivo, per nulla intimidito, ha continuato a lavorare per portare avanti il mandato degli elettori. La strada intrapresa ad inizio legislatura, che ha quale obiettivo principale il rilancio socio-economico del nostro Paese, è quella più coraggiosa: il Governo, rompendo con gli schemi precostituiti di un'Italia imbalsamata, ha deciso di seguire il solco di un cambiamento culturale, mettendo al centro dell'azione politica la persona e il suo capitale umano.

Rilanciare il nostro Paese, in un contesto di competitività che si fa sempre più accesa, significa investire sul valore aggiunto costituito dal capitale umano, significa dunque coltivare e formare quelle risorse umane sulle quali si dovrà reggere l'Italia del futuro. La formazione, soprattutto alla luce dei cambiamenti continui e repentini che caratterizzano l'economia globale, può rappresentare, se strutturata secondo le esigenze del mercato, un volano di crescita non indifferente. Ecco perché il Governo sta profondendo molte delle sue energie sulla necessità di rivedere le logiche anacronistiche che, sino ad ora, avevano caratterizzato i processi educativi nel nostro Paese, ancora inadeguati a fornire una preparazione professionale funzionale alle logiche della crescita economica.

In Italia, ormai da troppo tempo, si è creata una preoccupante frattura tra istituzioni formative e mondo del lavoro. L'imperativo, dunque, è diventato quello di una loro integrazione, anche per contrastare fattivamente quel trend negativo che vede l'Italia, in base alle proiezioni relative al 2020, «in una posizione di grave difficoltà, nel quadro internazionale, rispetto alle prospettive demografiche, occupazionali e di crescita»; ed infatti, secondo i dati di queste proiezioni, si prevede una «forte carenza di competenze elevate e intermedie legate ai nuovi lavori e un disallineamento complessivo dell'offerta formativa rispetto alle richieste del mercato».

Alla luce di questo scenario di evidente difficoltà per il nostro Paese il ministro del Welfare Sacconi, insieme con il ministro dell'Istruzione Gelmini, hanno fissato quale priorità, nella loro rispettiva azione di governo, quella di integrare apprendimento e lavoro. Come ha riferito Sacconi in occasione della presentazione a Palazzo Chigi del Rapporto sul futuro della formazione in Italia, «il 2010 sarà l'anno della formazione»: dopo un anno, il 2009, che ha visto il nostro Paese bloccarsi, anche se meno di altri, di fronte alla crisi, in uno scenario in cui l'Esecutivo a dovuto utilizzare, quale «strumento simbolo» per difendere la base produttiva e occupazionale la cassa integrazione, «il 2010 sarà l'anno in cui si manifesteranno molte scelte di riorganizzazione e in cui lo strumento simbolo sarà l'investimento sull'apprendimento delle persone». A questo proposito una criticità che sino ad ora ha bloccato il Sistema Italia, che fa fatica a competere con Paesi come Cina e India, è quella legata alla carenza di profili con una formazione tecnica: le imprese hanno bisogno dif ricoprire mansioni che richiedono questo tipo di preparazione, ma purtroppo questi lavori sono scarsamente appetibili per i giovani, che prediligono l'istruzione liceale (forse perché nella nostra società si è diffusa la convinzione erronea che i lavori nobilitanti siano unicamente quelli non manuali). Eppure il nostro tessuto produttivo richiede a gran voce diplomati provenienti da istituti tecnici commerciali ed industriali: basti pensare che quasi un quinto del totale delle assunzioni previste per il 2008 proviene da tale tipo di formazione.

Per far sì che la cultura del lavoro diventi parte fondamentale del processo educativo nell'Italia del dopo crisi  Sacconi ha voluto dar vita, per la prima volta, ad un negoziato tra governo, Regioni e parti sociali sui modi in cui rigenerare le spese proprio nel campo della formazione. Le Regioni, secondo il nuovo art. 117 della nostra Carta Costituzionale, sono attori importanti su questo fronte: esse hanno la titolarità della competenza esclusiva per quanto riguarda l'istruzione e la formazione professionale (fatti salvi «i livelli essenziali di prestazione») e godono inoltre della competenza concorrente per quanto riguarda la «gestione territoriale» dell'istruzione (fatta salva «l'autonomia delle scuole»), affidata alla competenza esclusiva dello Stato per quanto riguarda le «norme generali».

Proprio in considerazione delle prerogative delle Regioni, che le rendono protagoniste, il ministro Sacconi ha dato vita, per la prima volta, ad un negoziato Governo, Regioni e parti sociali per proporre a questi due ultimi soggetti un Patto per il rilancio della formazione: esso si pone, quale obiettivo, quello di «rafforzare le conoscenze e le abilità effettivamente necessarie per una migliore l'occupabilità, oltre ad una maggiore integrazione con il mercato del lavoro. In sostanza Sacconi ha sottolineato come oggi sia più importante concentrarsi «sulle conoscenze e sulle competenze che la persona ha acquisito in situazioni di apprendimento non solo formali, ma anche non formali e informali, che è in grado di dimostrare e che ha il diritto di vedere certificate» piuttosto che sui «fattori formali e burocratici dei percorsi formativi».

Secondo le linee guida che il ministro del Welfare ha presentato mercoledì 15 dicembre di fronte alle Regioni e alle parti sociali le risorse messe a disposizione dal Governo per la formazione saranno pari a 2,5 miliardi nel 2010. Il ministro ha riferito che «Stato, Regioni e parti sociali sono chiamati a condividere le fondamentali linee guida per orientare la spesa dedicata alla formazione degli inoccupati, dei disoccupati e dei cassintegrati nel prossimo anno, in relazione ai caratteri discontinui e selettivi della ripresa che indurranno l'allungamento del periodo di inattività o transizione verso altra occupazione di molti lavoratori». La formazione dovrà cercare di essere orientata sulla base dei fabbisogni del mercato e delle «esigenze delle persone interessate in funzione della loro occupabilità». La proposta dell'Esecutivo, che è volta a stimolare «il ruolo sussidiario delle organizzazioni rappresentative degli imprenditori e dei lavoratori come dei loro organismi bilaterali», prevede una «cabina di regia nazionale per una rilevazione tempestiva su base regionale e settoriale dei fabbisogni di competenze»; l'impiego diffuso del «metodo di apprendimento "per competenze" in luogo di quello "per discipline separate" o "scolasticistico" e la rivalutazione dell'istruzione-formazione tecnico-professionale; l'accesso degli inoccupati a tirocini di inserimento, corsi d'istruzione e formazione tecnico-superiore, contratti di apprendistato, privilegiando l'apprendimento nell'impresa; la formazione degli adulti; l'accreditamento su base regionale di valutatori indipendenti in grado di certificare le effettive competenze dei lavoratori comunque acquisite».

Un Piano, quello illustrato da Sacconi, che, oltre ad avere un approccio sistemico e più flessibile di fronte a queste tematiche, tentando di colmare il più velocemente possibile il gap che il nostro Paese soffre dal punto di vista delle professionalità tecniche, guarda anche al futuro, consentendo all'Italia di darsi opportunità nuove anche per gli anni a venire.




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