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Numero 475
del 15/05/2012
La NATO chiama la Russia in Afghanistan PDF Stampa E-mail
! di Andrea Forti
forti@ragionpolitica.it
  
venerdì 18 dicembre 2009

Trent’anni fa l’Unione Sovietica invadeva l’Afghanistan, formalmente per sostenere il debole, impopolare e instabile governo comunista locale, in realtà per concretizzare il sogno, già della Russia imperiale e mai abbandonato dai sovietici, di raggiungere i caldi mari del sud, navigabili per tutto l’anno a differenza dei gelidi oceani settentrionali che bagnano la Russia. L’intervento sovietico in Afghanistan, come sappiamo, iniziò come una semplice operazione di «riordino» all’interno della sfera di influenza sovietica, analogo alle precedenti invasioni dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, ma ben presto si tramutò in un sanguinoso Vietnam sovietico.

L’Armata Rossa in dieci anni non solo non riuscì a sconfiggere i ribelli afghani, i famosi Mujahidin (combattenti del Jihad islamico), ma si impantanò in una lunga guerra che drenò le risorse umane e finanziarie dell’Unione Sovietica, già alle prese negli anni ’80 con un sistema economico-politico sempre meno dinamico ed efficiente. A differenza del trauma americano del Vietnam, che venne superato in meno di un decennio (con la presidenza Reagan), l’Afghanistan contribuì ad accelerare il collasso dell’Unione Sovietica, sfiancando le casse dello Stato e aumentando lo scontento della popolazione, in particolare delle nazionalità musulmane dell’URSS, sempre meno disposte a tollerare una guerra contro altri musulmani. Nel febbraio 1989, sei mesi prima del crollo del muro di Berlino, il presidente «riformista» sovietico Mikhail Gorbachev, ritirò finalmente le truppe dall’Afghanistan. Vent’anni fa così finì il «Vietnam sovietico», ma l’Afghanistan venne abbandonato a sé stesso dalla comunità internazionale, mettendo a nudo tutti gli errori di calcolo del mondo occidentale nella gestione di quel conflitto. È noto infatti che durante l’occupazione sovietica la coalizione dei Mujahidin islamici venne supportata politicamente, militarmente ed economicamente dal blocco occidentale, dall’Arabia Saudita, dal Pakistan e dalla Cina, allora in pieno scontro ideologico-politico con il Cremlino. Allora l’Occidente, ma c’era ancora la guerra fredda, non si rese conto che molti fra i combattenti del Jihad afghano, giunti anche da paesi straieri (Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Yemen) interpretarono la guerra anti-sovietica non tanto come una lotta contro un totalitarismo, ma come un trampolino di lancio per il futuro Jihad mondiale contro l’altro «Grande Satana», l’Occidente, dove per Occidente i militanti radicali intendevano tanto gli Usa che l’Europa.

Il Jihadismo wahhabita (ispirato all’interpretazione più radicale, puritana e «protestante» dell’Islam nata in Arabia nel XVIII secolo) negli anni ’90 ha lasciato la «palestra» afghana ed ha esteso il proprio raggio d’azione (facilitato dal disinteresse occidentale) in Algeria, in Bosnia, in Cecenia fino agli attentati al WTC di New York del 1993 e del fatidico 11 settembre 2001, l’attentato che causò l’intervento occidentale in Afghanistan. Oggi in Afghanistan la storia in un certo senso si ripete, ma a parti invertite: ad essere impantanata in una guerriglia contro l’insurrezione islamica è l’Alleanza Atlantica, mentre è tutto l’Occidente (e non solo) che ora invoca l’aiuto attivo di Mosca per risolvere il ginepraio afghano. Proprio in questi giorni si sta svolgendo a Mosca il viaggio ufficiale del segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, il quale ha avuto modo di discutere del dossier afghano con i vertici politici della Federazione Russa, il presidente Medvedev, il premier Putin e il ministro degli esteri Sergej Lavrov. Il segretario della Nato durante questi colloqui ha formalmente fatto richiesta alla Russia perché intervenga attiva nello scenario afghano in aiuto agli sforzi della coalizione occidentale per la stabilizzazione del paese.

L’Alleanza Atlantica ha richiesto alla Federazione Russa l’invio di istruttori militari e di materiale bellico per le costituende forze armate di Kabul e soprattutto di mettere a disposizione delle forze occidentali e afghane governative i suoi elicotteri da trasporto, particolarmente robusti e adatti alle condizioni di utilizzo in quel difficile scenario. I vertici russi sembrano aver valutato positivamente la richiesta, anche se hanno richiesto del tempo per valutare nei dettagli la proposta, impegnativa per un paese ancora alle prese con i fantasmi del «Vietnam sovietico»; la Russia auspica inoltre una maggiore cooperazione fra Nato e Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettivo (CSTO), l’alleanza politico-militare che raccoglie oltre a Mosca i paesi dell’Asia Centrale ex-sovietica (meno il Turkmenistan). Per quanto possano esserci stati dissidi e incomprensioni fra la Russia e l’Alleanza Atlantica è proprio l’Afghanistan ad avvicinare gli ex avversari della guerra fredda: il tormentato paese asiatico infatti costituisce una fonte di destabilizzazione che se non sanata travolgerebbe tutto il fianco meridionale dell’Eurasia, a cominciare dalla stessa Russia, alle prese con insurrezioni islamiche nell’area caucasica, ingresso di flussi migratori asiatici e musulmani e, non da ultimo, con il problema degli oppiacei di provenienza afghana, che alimentano la piaga interna della tossicodipendenza. La minaccia di un Afghanistan totalmente fuori controllo è tale da mettere in secondo piano questioni come l’allargamento ad est dell’Alleanza, che andranno comunque affrontate facendo rivivere lo «spirito di Pratica di Mare» inaugurato dal governo Berlusconi già nel 2002 con il primo summit Nato-Russia della storia.




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