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Numero 475
del 15/05/2012
L’Iran manda nuovi avvertimenti alla comunità internazionale PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
  
sabato 19 dicembre 2009

Torna a salire la tensione tra Iraq ed Iran. Venerdì, infatti, il governo di Baghdad ha denunciato l’occupazione, da parte di truppe iraniane, di un pozzo petrolifero in territorio iracheno. La protesta ufficiale di Baghdad è arrivata ieri, quando il portavoce del governo, Ali al-Dabbagh, è comparso di fronte ai giornalisti per confermare che «truppe iraniane hanno occupato il pozzo n°4 di al-Fakkah», importante bacino petrolifero situato circa 350 chilometri a sud della capitale irachena, nella provincia di Maysan, in una zona al confine con l’Iran.

Il Primo Ministro Nouri al-Maliki ha immediatamente riunito il Consiglio Nazionale per la Sicurezza per discutere di quanto accaduto, anche se dopo poche ore le forze iraniane si sono ritirate (dopo aver provocatoriamente issato la bandiera della Repubblica Islamica) e l’esercito di Baghdad ha ripreso il controllo dell’area, come ha confermato il Gen. Habib al-Hussaini, uno degli ufficiali in comando ad al-Fakkah. Purtroppo ormai sono sempre più frequenti le incursioni iraniane in territorio iracheno, ma quella di ieri arriva in un momento particolarmente delicato. In vista delle prossime elezioni di marzo, infatti, è tornata alta l’allerta sicurezza a Baghdad, soprattutto dopo che numerosi attentati hanno colpito la capitale provocando centinaia di morti. Il governo iracheno e l’intelligence americana hanno puntato il dito contro i vicini dell’Iraq, in particolare Siria ed Iran, che non solo favorirebbero il passaggio dei terroristi dai porosi confini che dividono questi stati, ma darebbero anche appoggio logistico ed ospitalità a numerosi terroristi.

Ancora una volta Teheran e Damasco soffiano sul fuoco dell’instabilità regionale per accrescere il proprio potere e la propria capacità negoziale. Non è sicuramente un caso, infatti, che la provocazione iraniana sia arrivata in questi giorni, in cui è messa sotto pressione dalla comunità internazionale per il suo programma nucleare, che potrebbe costare ai mullah nuove pesanti sanzioni. Ad inizio settimana, infatti, Teheran ha testato una versione aggiornata del missile Sejil-2 a lunga gittata, in grado di colpire obiettivi fino a 2.000 km di distanza (compreso quindi Israele e parte dell’est Europa) mandando un chiaro segnale agli oppositori esterni (il ministro della Difesa iraniano, Ahmad Vahidi, ha dichiarato che il Sejil-2 serve a rafforzare la capacità di deterrenza della Repubblica Islamica), dopo averne mandato uno a quelli interni con le minacce della Guida Suprema Ali Khamenei che ad inizio settimana aveva apertamente dichiarato di voler eliminare l’opposizione «agli occhi della nazione». Ed anche l’attacco hacker contro il famoso sito americano di micro-blogging Twitter sarebbe opera di pirati informatici che avrebbero agito su commissione del governo di Teheran (il cyber attack è stato infatti rivendicato dall’«Iranian Cyber Army»), che ha voluto colpire uno degli strumenti principali della comunicazione dell’Onda Verde, il movimento di protesta nato all’indomani delle contestate elezioni presidenziali di giugno. Per non parlare del fatto che il governo iraniano è stato apertamente accusato dal Generale Petraeus, comandante in capo del Centcom americano, «di fornire equipaggiamenti, esplosivi e perfino sostegno economico ai Talebani nell’ovest dell’Afghanistan». «Come avveniva in Iraq – ha proseguito il generale Americano – ci sono attacchi giornalieri che vengono portati avanti con armi fabbricate in Iran».

Insomma quella che si chiude oggi è stata indubbiamente una settimana ad altissima tensione tra Occidente ed Iran, durante la quale il governo di Teheran ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di collaborare con la comunità internazionale alla ricerca di un accordo. Il Parlamento americano ha già preso le proprie decisioni, approvando con 412 voti favorevoli e 12 contrari il «Iran Refined Petroleum Sanctions Act», che proibisce alle compagnie che fanno affari in campo energetico con l’Iran di accedere al mercato statunitense. Un primo importante passo da parte della Camera dei Rappresentanti, che rischia però di produrre effetti molto limitati se l’esempio di Washington non verrà seguito dalle altre capitali mondiali.




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