Le previsioni della vigilia si sono avverate: il summit Onu sul cambiamento climatico di Copenhagen non è riuscito a formulare un accordo globale, definitivo e risolutivo sulle strategie necessarie a impedire il global warming. Ferma restando, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, un'ovvia intesa di massima sulla necessità di salvaguardare l'ambiente, i maggiori responsabili delle emissioni di anidride carbonica, Cina e Usa per primi, ai quali si deve il 40% dell'inquinamento da CO2 prodotto dall'uomo, sono concordi nell'affermare che l'aumento della temperatura della Terra deve essere contenuto entro i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali o sarà la catastrofe, ma evitano di impegnarsi adesso in un dettagliato protocollo d'azione vincolante, da attivare non appena nel 2012 scadrà quello di Kyoto. Promettono tuttavia delle drastiche riduzioni complessive, del 40 e forse del 50%, entro il 2020 e il 2050: resta da decidere chi, come e in che misura se ne assume l'onere.
Per quel che riguarda i risarcimenti reclamati dai paesi in via di sviluppo, ritenuti i più esposti ai danni causati dal global warming pur avendovi contribuito in misura quasi irrilevante, la risoluzione finale prevede un primo stanziamento di 10 miliardi di dollari all'anno tra il 2010 e il 2012. L'importo annuo salirà poi a 100 miliardi di dollari entro il 2020, con un contributo di 100 miliardi dagli Stati Uniti. Ma si tratta di cifre nettamente inferiori a quelle richieste - l'Africa da sola reclama circa 60 miliardi di dollari all'anno a partire da ora, denunciando danni da riscaldamento globale già ingenti - e soprattutto, secondo i governi dei paesi poveri e i rappresentanti delle organizzazioni non governative, i leader dei paesi industrializzati hanno la pessima abitudine di annunciare colossali iniziative di cooperazione allo sviluppo e di assistenza alla povertà quando sono sotto i riflettori, come succede ogni anno in occasione del G8, ma le somme che poi sono realmente disposti a sborsare sono molto inferiori a quelle promesse.
Per un primo bilancio del summit, in attesa di leggere il documento definitivo, c'è da osservare che è la seconda volta in poche settimane che una conferenza Onu internazionale si chiude senza produrre un documento contenente proposte concrete e vincolanti. Era già successo con il vertice Fao sulla sicurezza alimentare svoltosi a Roma dal 16 al 18 novembre, preceduto da iniziative di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e da rapporti sullo stato del pianeta allarmanti tanto quanto quelli presentati in questi giorni a Copenhagen.
Fame, denutrizione e malnutrizione sono realtà tangibili e quantificabili, che nessuno può negare. Aver rifiutato al direttore della Fao i 44 miliardi di dollari da lui chiesti non indica insensibilità al problema, ma sfiducia nell'agenzia Onu: meglio prodigarsi in altro modo piuttosto che continuare a finanziare un pozzo senza fondo e con performance deludenti quale, a detta di tutti, è la Fao. Inà-roltre non giova a rafforzare la volontà di soccorrere i paesi poveri e di contribuire al loro sviluppo la protervia con cui sempre, in occasione dei summit internazionali, molti leader di quei paesi reclamano ed esigono fondi, accusando ingiustamente i paesi industrializzati di essere la causa della povertà del resto del mondo.
Altro discorso è il global warming, un fenomeno che a quanto pare nemmeno esiste, «costruito» alterando e omettendo dati che dimostrano il contrario, come è emerso di recente dalla corrispondenza via e-mail del Centro di ricerca sul clima dell'università britannica dell'East Anglia, e che, comunque, così sostengono migliaia di scienziati, dipende essenzialmente da fattori naturali - l'attività solare, ad esempio - mentre gli esperti delle Nazioni Unite lo attribuiscono a fattori antropici. Lo scorso aprile, ad esempio, 114 scienziati hanno pubblicato sul New York Times una lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti Barak Obama che iniziava dicendo:« Signor Presidente, sul clima ha torto». «Noi sottoscritti scienziati - prosegue la lettera- confermiamo che l'allarme sui cambiamenti climatici è grossolanamente esagerato. Con tutto il rispetto, Signor Presidente, non è vero; la sua descrizione dei fatti scientifici riguardo ai cambiamenti climatici ed il livello di informazione del dibattito scientifico è semplicemente non corretta».
Dunque l'aspetto deludente, del vertice di Copenhagen non è solo l'«accordo dimezzato» raggiunto, ma anche il fatto che i rappresentanti di 193 stati vi abbiano partecipato accettando come reale e di origine umana il global warming. Si capisce che lo facciano i leader africani che possono ricavarne nuovi finanziamenti e ai quali non par vero di scaricare ancora una volta su altri la colpa della bancarotta dei loro paesi; e si capisce che lo facciano personaggi come il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello boliviano Evo Morales, nemici dell'Occidente. Ma è incomprensibile che il presidente degli Stati Uniti Barak Obama ed altri capi di Stato come Gordon Brown, non dubitino minimamente che - come ha commentato l'organizzazione ambientalista Greenpeace - «restano ormai solo poche ore per decidere o per essere ricordati come coloro che consegnarono il mondo al caos».
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