L’iniziativa del ministro Gelmini di fissare un tetto al 30% per la presenza degli alunni stranieri nelle classi delle scuole italiane è mirata ad un progetto di integrazione sociale, di certo difficile ma non per questo improponibile. Questa misura non serve soltanto a scongiurare il fenomeno delle «classi ghetto», che non fanno bene né agli italiani né agli stranieri perché in simili contesti non si realizza alcun proficuo contatto prolungato fra i due gruppi, ma richiama anche un principio salutare che il relativismo culturale della sinistra non vuole riconoscere: è pur sempre vero che siamo in un Paese con solide e profonde tradizioni storiche e culturali che configurano un’identità nazionale e di popolo che non deve essere solo mantenuta ma anche comunicata agli stranieri.
Questo non significa disprezzare le altre culture ma soltanto affermare la nostra come quella che ci sostiene e ci identifica; e i giovani provenienti da altre culture devono sapere di essere accolti ma devono anche conoscere e rispettare i valori, gli schemi di vita e la storia del Paese che li ospita, non in un contesto di discriminazione ma in una prospettiva di dialogo e convivenza all’interno e nel rispetto di principi identitari e civili, di fondamenti giuridici e culturali, di riferimenti morali e storici che non possiamo e non dobbiamo svendere, e che devono essere conosciuti anche da chi ne è nato al di fuori ma ci vive comunque dentro. Ora, è innegabile che almeno una certa parte degli stranieri presenti in Italia spesso ignori questi fondamenti e questi valori: basta osservare certi tristi fatti di cronaca sempre più frequenti nel nostro Paese. La responsabilità di una simile situazione è da cercare nel pensiero debole che ha informato di sé la prassi culturale e politica italiana degli ultimi decenni: un pensiero radicato nella sinistra ideologica che di ogni diversa impostazione di vita e di ogni diverso sistema etico, culturale e religioso, fa un indistinto ed egualitario zuppone. Questo è un' approccio ideologico orientata a destrutturare l’architettura culturale e civile dell’Occidente.
L’azione complessiva della Gelmini mira esattamente ad evitare questa infausta destrutturazione comunicando ai giovani nella scuola il senso di un doveroso rispetto dell’altro da una parte, e dall’altra un necessario apprezzamento della cultura del Paese ospitante e una necessaria osservanza delle sue leggi. L’iniziativa del tetto del 30% alla presenza degli stranieri in classe è parte integrante di questa strategia, e va intesa unitamente all’idea di predisporre «classi di inserimento» nelle quali i nuovi arrivati possano imparare la lingua italiana, strumento indispensabile per porre le bassi di una proficua relazione tra diverse identità attraverso la possibilità di apprendere, comunicare ed esprimersi. L’azione del ministro è dunque intelligente e meritoria, altro che ingiusta e sbagliata! È infatti ovvio che questo provvedimento non può risolvere da solo i problemi dell’integrazione, ma di certo aiuta ad incamminarsi in quella direzione. Ma è assolutamente falso e fuorviante dire, come fa l’Assessore alla Scuola del Comune di Bologna, Simona Lembi, che il ministro mostra soltanto la «faccia feroce». È piuttosto una faccia comprensiva, quella di chi capisce che bisogna iniziare ad eliminare situazioni di oggettivo ostacolo all’incontro aperto fra diverse culture. Non è inoltre vero che provvedimenti come questo limitino il diritto di accesso all’istruzione per alcuni alunni, come sostiene il Responsabile nazionale scuola del PD Francesca Puglisi; semplicemente di fronte a certe situazioni di emergenza si interviene distribuendo gli alunni in modo da non creare sacche separate a da mantenere il necessario contatto fra diverse sensibilità e culture nella speranza che questo incontro favorisca la convivenza e limiti, anche in prospettiva futura, attriti e scontri che potrebbero anche avere esiti tragici.
L’azione della Gelmini non è discriminatoria: è semmai razzista quella della sinistra, fatta di un razzismo al contrario, rivolto cioè verso noi stessi, verso la nostra civiltà e i nostri valori e istituti fondamentali. Ma, come ci ha ormai tristemente abituati, l’infelice tocco finale alla portata avvelenata è opera del solito Di Pietro. Convinto di fare un richiamo culturale di sicuro effetto il leader dell’IDV dimostra solo di aver bisogno di un profondo ripasso – o meglio sarebbe di un attento studio – di storia e di geografia umana. Egli porta come esempio, contro la politica della Gelmini, la società «aperta e multiculturale» degli Stati Uniti. Quello degli USA è un popolo unito dalla Costituzione americana, nel senso, quindi, che si riconosce nei principi di un documento costituzionale – per altro ben più avanzato del nostro – che ne disciplina la convivenza e gli atteggiamenti; è un popolo tenuto insieme da una spinta volontaristica che lo rende, in modo solo apparentemente paradossale, perfino più compatto del nostro. Ma il nostro popolo si definisce come tale in virtù di profonde tradizioni storiche e culturali che costituiscono la sua identità prima e più di quella istituzionale. Per questo motivo l’integrazione, dalle nostre parti, si può realizzare – anche se in alcuni casi in termini di semplice convivenza – solo attraverso un delicato percorso di avvicinamento e conoscenza reciproca fra diverse culture e civiltà, tutte ben radicate e dai connotati nitidamente definiti.
Il confronto tra diverse culture qui da noi è un percorso più complesso, avendo noi alle nostre spalle non una decisione programmatica che ci lega ma la tradizione classica e l’esperienza cristiana che ci definiscono come persone prima ancora che come comunità. Il nostro popolo è uno «d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue, di cor». Ma della definizione manzoniana Di Pietro e la sinistra forse non ne coglieranno il profondo significato morale, culturale ed emotivo. Eppure rimane per gli Italiani vera anche quando la rifiutassero tutti insieme, perché è vera nei fatti: è questo immenso patrimonio che non dobbiamo disperdere ma conservare nel profondo delle nostre coscienze; che dobbiamo comunicare con orgoglio agli altri e non permettere che nessuno abbia a calpestarlo. Accettare gli altri sì, ma non dimenticare mai chi siamo. L’integrazione si fa con il dialogo, da condurre con l’orgoglio della propria appartenenza, non con la rinuncia ad esistere.
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