Rosarno rappresenta il luogo del rimosso. Rimozioni sistematiche sul problema immigrazione. Oggi non si dice neanche più «immigrazione», domina un altro registro linguistico, che parla di «integrazione». Nessuno, in realtà, ha un'idea chiara e distinta di che cosa significhi «integrazione». Pura evocazione retorica. Ma il punto sul quale ragionare è un altro: la rimozione dei dati di fatto.
Primo dato di fatto: l'islam è, più che altro, un problema. Lo è da sempre, come insegna la storia. Oggi si finge che non sia così, ma i fatti sono testardi. C'è un altro elemento. L'islam non è il destino ultimo dell'Europa - «Eurabia» -, non è obbligatorio accogliere tutti come se ciò non comportasse problema alcuno. Perché non è così. Anche l'Avvenire sta problematizzando l'approccio dell'accoglienza - altra parola cult - ad ogni costo. Il multiculturalismo, ormai, è affare degli sconfitti del postcomunismo e di un pezzo di ceto della «destra nuova», ma la realtà dice altro. Sartori e Panebianco - e non credo siano gli unici, francamente, certo loro parlano e scrivono senza reticenze - dicono seccamente: l'islam non è integrabile nell'Occidente. Credo sia così. La storia non sarà magistra vitae, ma qualcosa rappresenterà pure in termini di evidenze fattuali. Allora, stando così le cose, è inutile e ipocrita continuare a discutere di questioni laterali, fingendo di non vedere il vero nodo. Rosarno rappresenta un capitolo drammatico di guerra tra poveri, in un Sud che a volte preferisce stare dalla parte della malavita anziché interrogarsi sullo sfruttamento della manovalanza di «negri», come ha scritto Feltri, sfidando il politicamente corretto che ha blindato il linguaggio, e dunque il libero pensiero, alla faccia dell'illuminismo, della laicità, ecc... Ma questo bubbone sarebbe esploso, prima o poi. Una donna di Rosarno, esagitata fino al parossismo, urlava ai microfoni dell'intervistatore della Rai: «Fino a ieri potevano stare qui, ma ora se ne devono andare e in fretta». Ma che cosa è cambiato da ieri a oggi? La situazione generale del Sud e la pressione di gente considerata soltanto forza-lavoro, che fa lavori considerati sporchi dai disoccupati meridionali, e che, anche a causa di questa condizione, non si è mai integrata fino in fondo. La deflagrazione era nell'aria.
Secondo dato di fatto: aveva ragione il cardinale Biffi, una delle teste più lucide della Chiesa, quando proponeva di accogliere prevalentemente persone provenienti da paesi con una cultura cattolica e con radici cristiane. L'accoglienza risulta più facile. E' vero. Sartori, laicista e anti-cattolico, scruta non i segni dei tempi, ma la storia per quel che è, e dice: nessuna integrazione degli islamici, troppo diversi. Biffi poneva il dilemma in merito alla Chiesa ed alla società. Nessuno ha mai preso in seria considerazione questa proposta, ritenendola meramente una provocazione intellettuale, invece il punto è serio e verificabile. Ma ormai le teste sono blindate, nessuno parla e dice la verità di ciò che vede, se no dietro l'angolo è in agguato l'accusa infamante: razzista! Nelle nostre società democratiche e prive di fondamenti etici, culturali e tradizionali - questa è la verità - la gente ha paura di parlare e premette sempre, prima di proferire parola: «Premetto che non sono razzista, né ho problemi con gli islamici, ma...». E giù una serie di banalità, le solite, niente di nuovo sotto il sole. Ma andate a parlare - come ho fatto io - con la gente che vive nelle periferie, che ho conosciuto sugli autobus di Roma e vedo a disagio anche nelle metro di fronte ad immigrati che si considerano altro da noi e vivono mettendo in risalto questa alterità, in maniera talvolta provocatoria, e sentirete che cosa esce dalle loro bocche - l'ha notato Cicchitto ed ha posto la questione. Ecco, questo è il frutto di anni di politicamente corretto che ha messo il tappo alla bocca ai cittadini, elettori sovrani quando si tratta di dare il consenso e di spremerli con le tasse, ma poi, all'atto pratico, esclusi dalla politica e dal confronto. Certo - diranno i nuovi politici educati e ben provvisti di «buon senso» - ma il popolo va educato. E io replico: chi voleva educarlo ad essere in un certo modo aveva un nome, una volta: dittatori. Questo è il punto. La democrazia dev'essere il luogo del confronto duro, conflittuale, aperto e severo, rigoroso, non può più essere ridotta a nicchia di élites che, alla fine, appaiono distanti dalle radici tradizionali del sentire della nostra gente. Christopher Lasch, un altro nemico giurato del politically correct delle élites culturali americane, laiciste e anti-tradizionali, parlava di «tradimento delle élites». Ecco, questo fenomeno si tocca con mano, in Italia, a sinistra in modo eclatante e a destra, nelle «destra nuova», idem. Tradimento delle élites. Riflettiamo su questo fenomeno.
Terzo dato di fatto: che fare, allora? Una cosa innanzitutto. Evitare di considerare la globalizzazione come un destino che i popoli devono subire, costi quello che costi. Subire sul piano antropologico, culturale e della sensibilità umana, comunitaria, collettiva. La politica può rinascere solo dalle radici culturali e tradizionali dei popoli. Del nostro popolo.
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