Quando la politica si scontra con la prassi, il risultato non può essere che una riflessione profonda sul vero significato dell'agire politico, tanto a livello nazionale come internazionale. Da quando si è insediata la nuova amministrazione Obama all'interno della Casa Bianca, Cuba ha rivolto il proprio sguardo verso Nord, illudendosi o facendo illudere i propri cittadini che un cambiamento storico fosse ormai alle porte. L'avvio dei negoziati per la creazione di un «canale comunicativo» costante tra i due paesi ha certamente riacceso le speranze di molti nella piccola isola caraibica, da tempo sopite, i quali hanno brindato alla nuova era di libertà e democrazia che nel medio e lungo periodo veniva a questi prospettata, grazie anche a riforme strutturali da portare avanti nel breve periodo. I primi segnali di falle nel progredire del dialogo tra la Havana e Washington erano già emerse in occasione della riunione annuale plenaria dell'Organizzazione degli Stati Americani, durante la quale le divergenze di opinione e sopratutto di visione sulle tematiche portanti del dialogo medesimo sono state poste in dubbio da letture ideologiche contrastanti.
L'attacco terroristico natalizio sventato ad Amsterdam ha sicuramente riacceso l'attenzione mondiale sul problema terrorismo, ed in particolare quella di Washington. Proprio a seguito di una attenta riflessione politica e strategica all'interno delle stanze del potere statunitensi, la Casa Bianca ha deciso di intensificare i controlli per l'ingresso di persone straniere all'interno del territorio statunitense, ed in particolare di quei cittadini provenienti da quei paesi ritenuti per parte americana non proprio «amici». Tra questi Cuba.
La reazione da parte del Generale Castro, Raul ovviamente, comandante in capo della piccola isola caraibica, non si sono fatte attendere. Come dichiarato da Raul Castro, Obama non ha tardato a dimostrarsi «nemico della rivoluzione», al pari dei suoi predecessori. L'aver inserito Cuba all'interno della lista nera di paesi pericolosi ed ostili agli Usa ha determinato la reazione immediata e similare dell'Havana, che, dopo aver ricevuto tale notizia e averla commentata negativamente, ha inserito a sua volta gli Stati Uniti nella propria lista nera. La giustificazione americana per tale atto risale all'atteggiamento cubano del 2008, ovvero quando l'isola diede asilo politico a pericolosi esponenti e militanti dei gruppi terroristici dell'Eta, Farc e Eln. Per suo canto, Cuba accusa gli Usa di dare ospitalità a pericolosi criminali all'interno del proprio territorio, esuli cubani sfuggiti al regime e non solo, ed in particolare Luìs Posada Carriles e Orlando Bosch, accusati di essere gli artefici dell'attentato contro un aereo dell'aviazione cubana nel 1976, nel quale persero la vita 73 persone.
Gli ultimi avvenimenti non fanno altro che accentuare una crisi diplomatica tenuta sopita per troppo tempo, per una inconciliabilità sopratutto di visione strategica che i due paesi hanno circa il futuro delle loro relazioni. Una ideologia sottesa, accuse e recriminazioni reciproche che non fanno altro che incrinare un dialogo diplomatico e di apertura, le cui uniche vittime, nel caso di un fallimento, non saranno altro se non i cittadini cubani stessi. L'aumento del tasso di povertà tra la popolazione cubana, della scarsità di risorse primarie, come acqua potabile e viveri, nonché l'inasprimento dello stesso regime, che da più di 50 anni priva i cubani della propria libertà, non sono altro che manifestazioni di un malessere ormai diffuso, di una disumanità delle condizioni di vita, anche per l'animo umano cubano. Alle parole di apertura e reciproca volontà di comprensione sono seguiti solo falsi programmi, discorsi ideologici nichilisti e poca concretezza che hanno tristemente dimostrato come le parole dell'alta politica dovrebbero essere più conformi alle esigenze della prassi quotidiana, per un riconoscimento della dignità umana che, per fortuna, non incontra a tuttoggi frontiere.
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