«Uno Stato civile toglie la libertà a chi commette un reato e viene giudicato colpevole da un tribunale, ma non può togliere la dignità». Così il premier Silvio Berlusconi commenta il via libera al «piano carceri» e la doverosa dichiarazione di stato d'emergenza per il sovraffollamento carcerario. In queste concise ed efficaci parole non possiamo non rinvenire, una volta di più, il profondo spirito liberale che anima ogni aspetto dell'azione di governo, anche quelli troppo spesso dimenticati.
La situazione carceri in Italia ha raggiunto allarmanti livelli di guardia. Era doveroso intervenire. Questo non solo per il non negoziabile principio di salvaguardia della dignità umana, cui tutti hanno diritto, anche coloro i quali subiscono la privazione della libertà, ma anche per considerazioni di carattere più squisitamente pragmatico. Se da un lato non possiamo dimenticare come a fianco al principio retributivo la pena debba anche prevedere una funzione di recupero e reintegrazione del reo nella società civile, dall'altro dobbiamo prendere atto che le carceri, per come sono oggi, presentano un pericoloso potenziale criminogeno, poiché l'indifferenziazione dei trattamenti carcerari, coniugata all'inefficienza ed alla inadeguatezza delle strutture, ha trasformato la galera, di fatto, in una «scuola di perfezionamento» del crimine.
Per questo il piano di emergenza si articola in più punti, non limitandosi alla costruzione di nuovi padiglioni di detenzione, comunque necessari. I padiglioni di nuova costruzione saranno 47 e porteranno la capienza complessiva delle nostre prigioni a 80.000 unità. Oltre a questa sarà prevista, per i reati meno gravi, la possibilità di trascorrere ai domiciliari l'ultimo anno di detenzione. Per le pene inferiori ai tre anni di detenzione sarà inoltre possibile la conversione in lavoro di pubblica utilità.
E' una riforma semplice ed efficace, in grado di produrre effetti positivi già nel breve periodo, che parte da un assunto altrettanto semplice ma fondamentale: la salvaguardia della dignità, appunto. Questo perché in uno stato civile e liberale è impensabile che chi abbia commesso reati a basso livello di allarme sociale sia costretto a vivere in condizioni subumane fianco a fianco con delinquenti abituali che, per la loro stessa condizione, necessiterebbero di trattamenti detentivi specifici e non dovrebbero essere messi a stretto contatto con soggetti meno pericolosi, che magari hanno semplicemente commesso uno sbaglio o che, comunque, non presentano una sviluppata e definita propensione al crimine.
Con questo, nessun buonismo e nessuna demagogia: era giusto e doveroso intervenire, poiché da troppo tempo, nel nostro paese, alla funzione legittima ed indiscutibile della pena primaria spesso si aggiungevano «pene secondarie accessorie» non previste da nessun codice e da nessuna legge. Il fattore di deterrenza carcerario era mantenuto alto non tanto e non solo dalla semplice privazione della libertà, quanto più dal costringere un individuo a vivere in condizioni di umiliazione, vessazione e reale pericolo assolutamente disumane, all'interno di una realtà ove la legge vigente non era più quella dello Stato, bensì l'infame «codice carcerario» non scritto, cui il detenuto era costretto ad adeguarsi suo malgrado.
Questo provvedimento ha pertanto tutti i presupposti per ridimensionare rapidamente ed efficacemente una situazione che non poteva davvero definirsi degna di un paese civile.
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