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Numero 475
del 15/05/2012
Una sentenza contro la legge e contro il diritto PDF Stampa E-mail
! di Aldo Vitale
vitale@ragionpolitica.it
  
giovedì 14 gennaio 2010

Il giudice Antonio Scarpa di Salerno ha emesso una sentenza in tema di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) che sancisce in modo legale, ma non per questo legittimo, in primo luogo il diritto alla procreazione, appartenente anche alle coppie non sterili e non fertili, ed in secondo luogo il diritto alla selezione embrionale, con esclusione (e soppressione?) degli embrione malati (unfit, cioè inidonei, per usare la terminologia eugenetica correntemente utilizzata da alcuni filosofi utilitaristi anglosassoni) e conseguente impianto di quelli sani. Occorrono dunque delle osservazioni a questo grottesco modo di pensare, che, tuttavia, rappresenta non già una semplice bagattella giudiziaria di provincia, ma la linea di demarcazione tra la civiltà e la barbarie, tra lo Stato di diritto e lo Stato totalitario, tra la tradizione della civiltà gius-filosofica occidentale e tutte quelle istanze distruttive (come il socialismo, il positivismo, lo scientismo, il laicismo, il nichilismo, il relativismo) che ad essa si oppongono tentando di eroderla come un tarlo dall'interno.

Un primo quesito s'impone: esiste o può esistere davvero un «diritto alla procreazione»? I genitori, o aspiranti tali, possono davvero nutrire e pretendere di aver soddisfatto un diritto simile? Ovviamente no. Se infatti fosse riconosciuto, come avventatamente sembra fare questa sentenza, un simile diritto, è ovvio che i soggetti del diritto, i titolari di questo diritto, sarebbero i genitori; ma cosa sarebbe l'oggetto del loro diritto? Prima di rispondere è forse meglio comprendere con un esempio. Il diritto di proprietà presuppone un avente diritto, il proprietario, ed un oggetto su cui il diritto vantato dal proprietario si riversa, proietta la propria efficacia, la propria sfera. Se i genitori, o i potenziali genitori, fossero riconosciuti come titolari di un diritto alla genitorialità, è ovvio che l'oggetto del loro diritto sarebbe il figlio: da qui si comprende, dunque, perché così non può essere. Il figlio sarebbe, anzi è, un soggetto e non un oggetto, per cui non si può far di esso lo strumento per la realizzazione dei desideri o dei diritti dei genitori.

Che il figlio non possa essere ridotto a strumento di soddisfazione dei diritti e dei desideri dei genitori lo si comprende in primo luogo dal piano ontologico, cioè appunto perché il figlio è un essere umano, ed in secondo luogo dal piano teleologico: proprio perché è un soggetto umano, non può essere utilizzato come mezzo, ma sempre come fine in sé. Quest'ultimo assunto si ricava non già da qualche dogma religioso pregiudizialmente ritenuto bigotto da qualche laicista, ma dal chiaro pensiero di un esponente di spicco dell'illuminismo filosofico quale è stato Immanuel Kant.

A ciò si aggiunga che riconoscere l'esistenza di un diritto alla genitorialità porrebbe vari problemi proprio sul piano dell'ordinamento positivo: in prima battuta perché l'ordinamento italiano riconosce un diritto inverso, cioè al rifiuto della genitorialità, in specie alla maternità, tramite l'interruzione volontaria di gravidanza; ed è fin troppo evidente che un medesimo ordinamento, a meno che si tratti di schizofrenia giuridico-normativa, non può riconoscere due situazioni, o due diritti opposti: in fondo, per questo è stata abolita la pena di morte dall'ordinamento militare, perché essa contrastava con l'ordinamento civile e lo Stato italiano doveva decidere se essere contrario o favorevole alla pena di morte.

In seconda battuta, riconoscere un simile diritto nelle modalità con cui è stato sancito dalla sentenza in questione è una evidente elusione, cioè un aggiramento, della disciplina contenuta dalla legge 40/2004 che prevede in modo chiaro ed inequivocabile l'accesso alle tecniche di PMA solo per le coppie sterili o infertili; si tratta, in sostanza, di una interpretazione contra legem, paradossalmente operata proprio da un giudice, cioè da chi sarebbe tenuto ad applicare la legge secondo lo spirito che le è proprio.

Un'ultima osservazione si deve proporre sulla possibilità di selezionare gli embrioni. Fuori da ogni ipocrisia, fuori da ogni sofisma, fuori da qualunque giro di parole, selezionare gli embrioni in base al loro stato di salute è una discriminazione, forse la più odiosa forma di discriminazione esistente, quella che esclude i soggetti per ciò che sono, per il loro piano ontologico, cioè quella eugenetica. Se da un concorso pubblico fossero esclusi coloro che presentano qualche tipo di handicap al braccio o alla mano, non si griderebbe allo scandalo? Proprio per questo, anzi, l'ordinamento giustamente prevede le cosiddette «quote di riserva», per esempio nelle assunzioni pubbliche e private (sebbene in percentuali differenti) destinate ai portatori di handicap: proprio per non discriminarli, proprio per non escluderli, proprio perché se riconosce la loro dignità di persone.

La selezione embrionale susseguente alla diagnosi pre-impianto è espressamente vietata dalla lettera b comma 3 articolo 13 della legge 40/2004, per riconoscere pari dignità umana agli embrioni malati ed a quelli non malati. Del resto, come ha fatto notare il laicissimo giudice della Corte Costituzionale tedesca, Ernst-Wolfgang Böckenförde, la diagnosi «non è intrapresa per venire incontro al desiderio di un figlio, per questo basta la fecondazione in vitro in quanto tale; essa è intrapresa per venire incontro al desiderio di un figlio geneticamente sano, subordinato a caratteristiche e segni distintivi determinati, che possiede o no». La selezione (eugenetica) dunque viola lo statuto ontologico dell'essere umano, la dignità dell'uomo poiché, sempre con Böckenförde, «tale dignità spetta all'uomo indipendentemente da caratteristiche determinate, da segni distintivi o da capacità in atto; spetta unicamente all'essere uomo, indipendentemente dallo stadio di questo uomo». E' questo e soltanto questo, che piaccia o meno, che può mettere al riparo da ogni discriminazione, da ogni reificazione dell'uomo, da ogni negazione della dignità umana.




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Commenti (1)
1. 16-01-2010 16:06
SENTENZE
Concordo con lei che la sentenza è chiaramente contro lo spirito della legge. Dovremmo chiederci se la legge è giusta. In cquesto caso il giudice ha solo applicato il "diritto naturale" producendo (una volta tanto) una sentenza nell'interesse del popolo. 
Io sono un vostro elettore e sono anche tesserato del PDL e vi suggerirei di indire un referendum su questo argomento, perchè la maggioranza degli Italiani, me compreso, non ritiene corretta la legge in questione così come quella sul testamento biologico. 
Saluti a tutti. 
Eugenio Cuomo
Scritto da Eugenio Cuomo

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