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Numero 475
del 15/05/2012
Google ai ferri corti con la Cina PDF Stampa E-mail
! di Enrica Bucciarelli
bucciarelli@ragionpolitica.it
  
sabato 16 gennaio 2010

Google ha lanciato una vera e propria sfida alla Cina. Il gigante americano di internet ha minacciato di abbandonare il mercato cinese a seguito di attacchi nel cyberspazio. Alcuni hacker, infatti, hanno cercato di violare i sistemi di protezione di account mail su «G-mail», il sistema di posta elettronica di Google. La società americana ha denunciato sul suo blog ufficiale, attraverso David Drummond, vicepresidente e direttore dell'ufficio legale, che «a metà dicembre siamo stati oggetto di un attacco estremamente sofisticato alle nostre strutture, originato in Cina, e che si è concluso con il furto di alcune proprietà intellettuali...Siamo in possesso di alcune prove che dimostrano che l'obiettivo principale degli hacker sarebbe l'accesso alle caselle di posta elettronica di alcuni attivisti cinesi impegnati nel campo dei diritti umani».

La reazione di Google non si è fatta attendere. Un vero e proprio affronto. Google, costretta ad auto-censurarsi secondo le richieste delle autorità di Pechino e secondo le leggi cinesi per poter operare sul mercato del web del paese, ha di fatto dismesso i filtri che non permettevano la ricerca, sul proprio motore, di «temi non graditi», o - per meglio dire - «proibiti» dal governo (su tutti i fatti di Piazza Tienanmen e l'indipendenza del Tibet). Inoltre il colosso statunitense si è dichiarato disposto a chiudere i suoi uffici di Pechino e ad abbandonare lo spazio virtuale cinese con il suo «Google.cn».

Il polverone sollevato dalla presa di posizione di Google ha investito sia il mondo economico che quello politico. Ad intervenire è stato il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton, che attraverso un comunicato ha dichiarato di attendere una spiegazione dal governo cinese e ha sottolineato che «la capacità di operare con fiducia nel cyberspazio è un punto essenziale in una società ed in un'economia moderna». Dal canto suo, il governo della Repubblica Popolare cinese continua ad invitare le compagnie internazionali ad operare nel suo territorio in base alle sue leggi, in altre parole sottostare anche alla sua censura, e, nel frattempo, cerca di minimizzare il rischio che Google lasci il proprio mercato.

Il caso è scoppiato mercoledì 13 gennaio, e col passare dei giorni è salito al centro delle cronache mondiali. I toni sono ancora alti. E a gongolare, per il momento, è soltanto Microsoft, rivale di Google, che ha già dichiarato di non aver subito alcun attacco e che non ha intenzione di lasciare il mercato cinese.

In un paese dove le leggi vengono usate continuamente come strumenti di protezionismo, dove il controllo e l'orientamento dell'opinione pubblica sono elementi essenziali per la sfera politica, la censura nel mondo virtuale diventa elemento pressochè vitale: significa avere il controllo sulle classi più giovani della popolazione, significa avere potere di manipolazione delle informazioni globali, significa controllare la diffusione della propaganda anti-cinese. La «rivolta» di Google non può e non deve passare inosservata.




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Commenti (1)
1. 17-01-2010 19:59
HAITY
Cosa stanno facendo nel paradiso rosso cinese per aiutare Haity???
Scritto da san

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