Il caso - per fortuna risoltosi in poche ore - di Almas, la giovane pachistana di 17 anni rapita dai genitori che presumibilmente intendevano riportarla in patria e costringerla a un matrimonio da loro combinato, pone ancora una volta in primo piano in Italia il problema di come comportarsi nei confronti delle istituzioni praticate nelle società tradizionali, specialmente in Asia e Africa, che comportano gravi violazioni delle libertà e dei diritti fondamentali della persona. Lo scorso aprile Almas, durante un'ennesima lite con i familiari, causata dai suoi comportamenti «occidentali», era stata picchiata dal padre al punto da renderne necessario il ricovero ospedaliero. In seguito a ciò, ad agosto, la Sezione Minori della Corte d'Appello di Ancona aveva stabilito che la giovane fosse allontanata dalla famiglia e affidata a una comunità, la Fenice della onlus Cante di Montevecchio.
Per una che si salva, migliaia sono le vittime di cui nulla trapela: figlie, ma anche mogli e figli maschi di capifamiglia ai quali una tradizione indiscussa affida il diritto e il dovere di imporre scelte e decisioni prese con il criterio della salvaguardia degli interessi e dell'onore della comunità familiare, al bene della quale ogni membro deve sottomettersi e, se necessario, sacrificarsi.
Controllare la vita sessuale dei giovani e quindi amministrarne le facoltà procreative è uno dei compiti di cui i capifamiglia sono incaricati nelle società tribali. Ne consegue che spetta ad essi decidere innanzitutto con chi e quando i propri figli, maschi e femmine, si devono sposare, e lo fanno combinandone il matrimonio ed eventualmente imponendo su di essi la loro volontà. L'imposizione diventa inevitabile, anche quando si ritiene opportuno tenere in considerazione il parere dei figli, nel caso di figlie ancora bambine o adolescenti, tenute fino a quel momento segretate o quasi del tutto isolate.
Si ritiene che le spose bambine nel mondo siano oltre 50 milioni. Indagini svolte di recente ipotizzano in Italia circa 2.000 matrimoni infantili all'anno, celebrati in privato, da imam nel caso di famiglie islamiche. Ma non basta. Una parte almeno dei matrimoni contratti da stranieri residenti in Italia viene conclusa dopo che le famiglie, così come prescrive la tradizione di centinaia di etnie, hanno concordato il cosiddetto «prezzo della sposa»: i genitori cedono le proprie figlie in cambio di un determinato importo di denaro il cui ammontare viene discusso e contrattato in base alle loro qualità e doti. Spesso una di queste qualità è la verginità, che, anzi, in certi contesti sociali è considerata requisito necessario al punto da doverla preservare a qualsiasi costo. Le mutilazioni genitali femminili sono una delle istituzioni create a tal fine. Si stima che ogni anno circa due milioni di bambine vi siano sottoposte. Importate in Italia ormai da almeno due decenni, vengono praticate di nascosto tanto di frequente da aver reso necessaria nel 2006, durante il precedente governo Berlusconi, l'adozione di una legge che prevede strumenti di prevenzione e sanzioni severe.
Due aspetti importanti non vengono sufficientemente considerati quando si tenta di intervenire per proteggere le persone a rischio. Il primo è che istituzioni quali il matrimonio combinato, imposto e precoce, il prezzo della sposa, le punizioni fisiche e le mutilazioni genitali femminili, così come la poliginia anch'essa importata in Italia ormai da tempo e altre istituzioni ancora, sono un fenomeno che precede e va ben oltre l'islam, essendo praticate da centinaia di comunità africane e asiatiche a prescindere dal credo religioso. Questo significa che il problema è di proporzioni molto più ampie e complesse di quanto si immagini. Il secondo aspetto rilevante è che i comportamenti ai nostri occhi inammissibili sono considerati invece legittimi e doverosi nelle comunità in cui si compiono. Si tratta appunto di istituzioni, create a tutela di valori su cui miliardi di persone per millenni hanno fondato la stabilità, la sicurezza e il buon funzionamento delle loro comunità. Per la stessa ragione, nel caso del «delitto d'onore», un'altra istituzione di cui si torna a parlare sempre più spesso, a compiere un reato, secondo le leggi e la morale del nostro paese, è l'omicida con l'aggravante del rapporto di parentela. Ma nell'interpretazione di chi lo commette, il «delitto» è quello commesso dalla vittima che, con il proprio comportamento, ha compromesso l'onore familiare meritando una punizione estrema che un buon capofamiglia non può esimersi dall'infliggere per il bene dei propri famigliari.
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