Con il caso della sentenza del giudice di Bergamo, che ha condannato un padre a pagare gli alimenti alla sua «bambina» ultratrentenne studentessa fuoricorso, torna agli onori delle cronache il problema dei giovani che non abbandonano le mura domestiche. A far sì che tutto non si riduca al clamore che suscita una notizia di cronaca ecco, puntuali e provocatorie come sempre, le parole del ministro Brunetta. «Io farei una legge anti-bamboccioni per far uscire di casa i ragazzi a 18 anni», afferma il ministro tra il serio e il faceto. In realtà, come ha riferito lo stesso Brunetta, si trattava solo di una boutade provocatoria. E' seguita una valanga di polemiche, scandalizzate e indignate, della gran parte degli esponenti politici e degli opinionisti. Sarà che in momenti di crisi economica e di catastrofi naturali siamo tutti più seri e seriosi, ma certo l'ironia e la provocazione nelle parole del titolare di palazzo Vidoni sono state colte da pochi.
Secondo un'indagine Istat svolta nel 2007 su «Famiglia e soggetti sociali», il 72,9% della popolazione fra i 18 e i 39 anni vive ancora con i propri genitori. Per contestualizzare il fenomeno a livello internazionale è esemplare il caso cinematografico del film Tanguy, in cui una coppia di genitori francesi cerca di convincere il figlio ventottenne a uscire di casa: per adattare lo spirito del film alla realtà di casa nostra, i distributori italiani hanno seriamente pensato di aumentare l'età del protagonista rispetto all'edizione originale.
A spiegare il fenomeno si sono scomodati tanto i guru delle scienze sociali e psicologiche che illustri economisti. Da Alberoni, il quale sostiene che i giovani non abbandonano il nido genitoriale perché le nostre case «sono belle, ben arredate e confortevoli, vi si mangia ancora su un tavolo apparecchiato con tovaglia, piatti, bicchieri e posate mentre in Inghilterra e negli Usa le case sono mediamente scadenti, sporche, l'arredamento di pessimo gusto, non c'è cultura culinaria, non si sta a tavola», sino alle posizioni più giuslavoriste secondo cui le difficoltà d'inserimento nel mondo del lavoro e i contratti a tempo indeterminato o precario rappresentano un freno all'abbandono della casa natale.
Di certo le problematiche economiche e la crisi internazionale hanno esasperato il fenomeno, come conferma il trend a livello internazionale: negli Stati Uniti già da alcuni anni si parla del fenomeno dei «figli boomerang» - ovvero quelli che se ne vanno da casa per andare all'università, ma che poi vi rientrano subito dopo la laurea perché incapaci di mantenersi da soli lavorando- e la tendenza è in forte aumento anche in Canada, così come in Spagna dove l'età media in cui un giovane va a vivere da solo ha raggiunto la soglia dei 30 anni.
Tuttavia, non si può negare come la nostra cultura familiare, specchio di quella collettiva, sia molto protettiva e indulgente, in un certo senso "assistenzialista" verso i propri figli, forse perché, come afferma Brunetta, i padri "privilegiati ed egoisti" sono consapevoli di aver costruito "una società a misura di loro stessi". I giovani infatti sono dapprima penalizzati da un sistema di istruzione spesso troppo generoso, che illude i giovani e ne innalza il livello di aspirazione, poi da un mercato del lavoro frequentemente iniquo, che non riconosce competenze e merito, così come da una realtà immobiliare con un mercato degli affitti e delle vendite totalmente fuori controllo nelle principali città italiane. Al tempo stesso, però, il 44,8% dei ragazzi dichiara di non spiccare il volo perché sta «bene così».
Probabilmente, come per i fannulloni brunettiani, esistono due «tipologie» di bamboccioni: quelli per scelta, che preferiscono le comodità e le sicurezze del nido familiare alla propria indipendenza, e quelli per forza, che anelano a un'indipendenza il cui raggiungimento è ostacolato da problemi economici e lavorativi su cui intervenire è necessario e improrogabile.
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