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Numero 475
del 15/05/2012
Un passo in avanti per avvicinare i giovani al mondo del lavoro PDF Stampa E-mail
! di Stefano Doroni
doroni@ragionpolitica.it
  
giovedì 21 gennaio 2010

Secondo quanto previsto da un emendamento al ddl lavoro collegato alla Finanziaria e approvato in Commissione alla Camera, l'ultimo anno di obbligo scolastico potrà essere assolto anche con un percorso di apprendistato nel mondo del lavoro. Le polemiche su questo provvedimento, che approderà in Aula a Montecitorio lunedì per poi tornare al Senato, non mancano, e come al solito sono del tutto ideologiche. In realtà questo emendamento è intellettualmente onesto e rispettoso di quanto la realtà ci mette di fronte continuamente, sotto forma di abbandono scolastico, specie nell'ultimo anno di scuola dell'obbligo. Infatti i due anni di studio che seguono la licenza media, per coloro che li frequentano obtorto collo, non sono altro che un lungo e fastidioso periodo di parcheggio forzato; in queste situazioni è molto più utile una formazione pratica in azienda, o presso un qualsiasi datore di lavoro, piuttosto che un anno in aule dalle quali si sogna solo di scappare. Questa possibilità di inserimento nel mondo del lavoro potrebbe inoltre rivalutare mestieri ed abilità che oggi non si riconoscono quasi più. Diceva Don Camillo all'eterno rivale Peppone, il quale se la prendeva a morte con il figlio che non ne voleva sapere di studiare: «Meglio farne un buon contadino per amore che un cattivo professore per forza». Ecco: sano spirito di realtà, saggia concretezza di chi guarda ai fatti e non si pasce di albagìe ideologicamente costruite.

Ma si sa, da noi ormai è in voga il mito dell'intellettuale di massa, o meglio ancora l'obbligo di essere bravi a scuola per decreto. È così che ci siamo trovati sulle spalle una scuola che non insegna perché si perde dietro alle inceppature dei mediocri piuttosto che offrire spazio alle capacità dei meritevoli; la scuola dei progetti è la scuola delle fandonie, fatta per nascondere la semplice verità che non tutti sono nati per studiare. Ma questo non è razzismo, semmai semplice apprezzamento della diversità dei talenti, intellettuali o pratici che siano. Chi, come l'ex ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni, dice che con questo ddl «si fa carta straccia dell'obbligo scolastico» fa una polemica sterile; è semmai un obbligo scolastico assolto a scapaccioni e con la buona grazia di una scuola compiacente e facilona che non serve a niente: non forma intellettualmente e non prepara nemmeno a lavorare. Semmai soddisfa un capriccio della politica e mantiene una foglia di fico: lasciare i ragazzi sui banchi di scuola un po' più a lungo per rimandare il problema dell'inserimento nel mercato del lavoro. Certo, questo è un concreto problema, in ogni caso. Ma rendere possibile un periodo di apprendistato a 15 anni offre ai giovani una finestra importante da sfruttare per affacciarsi a quel mondo che li aspetta e li vuole in possesso di competenze pratiche preziose per cominciare a costruirsi un futuro.

È anche necessario dire che se la scuola riuscisse a riappropiarsi dell'autorevolezza e della serietà che aveva un tempo forse basterebbe di nuovo la licenza media per assicurare quello standard minimo di formazione culturale accettabile per poi affrontare la vita nel lavoro e nella quotidianità di uomini adulti; mentre adesso non basta nemmeno l'università per consentire ai giovani laureati di mettere insieme un testo scritto in un italiano decente e almeno privo di orrori grammaticali. I recenti annullamenti di concorsi per lo scempio sintattico ed ortografico nelle prove scritte stanno lì a dimostrare quanto lavoro ci sia da fare per ridare alla scuola un volto decente. Ecco, l'emendamento di cui stiamo parlando va proprio nella direzione di sfrondare i rami inutili: un giovane che anticipa la sua esperienza lavorativa sarà un uomo preparato a iniziare il suo cammino lavorativo in anticipo, un ragazzo che avrà a disposizione una palestra di lavoro e di vita al posto di un anno di scuola che altrimenti verrebbe vissuto con sofferenza e disgusto, magari concluso malamente fra cattivi comportamenti e nella generale inutilità. L'onestà intellettuale impone che si sappiano cogliere i segni della realtà: anche questa è buona politica.




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