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Numero 475
del 15/05/2012
La Cina tra indicatori economici positivi e «caso Google» PDF Stampa E-mail
! di Enrica Bucciarelli
bucciarelli@ragionpolitica.it
  
sabato 23 gennaio 2010

La Repubblica Popolare cinese continua a far registrare dati importanti dal punto di vista economico. Il Prodotto Interno Lordo aumenta dell'8,7% nel 2009, risultato migliore di quello auspicato dal governo di Pechino, che fissava la stima all'8%, e che risente, seppur parzialmente, della crisi modiale (nel 2008 il PIL cinese si era attestato al +9,6%). Questo risultato, se confermato, permetterebbe alla Cina di effettuare lo storico sorpasso ai danni del rivale nipponico e attestarsi al secondo gradino del podio nella classifica mondiale, dietro solo agli Stati Uniti. A fare da contrappeso, però, è il Global Economic Prospects 2010, rapporto della Banca Mondiale, che preannuncia il rischio di speculazioni. Notizie, quindi, che allo stesso tempo stupiscono e preoccupano gli economisti mondiali, i quali temono un'altra bolla speculativa e finanziaria, molto più grave di quella con cui il mondo sta ancora facendo i conti.

Nonostante i brillanti risultati ottenuti in campo economico, l'ex impero celeste si è visto sfidare dal gigante del web Google, il quale, da più di una settimana, punta il dito contro la Cina e, soprattutto, non pare abbia intenzione di abbassare i toni dello scontro. Dopo aver denunciato il tentativo di violazione da parte di pirati informatici di alcune caselle e-mail su «G-Mail», per lo più di attivisti cinesi impegnati nel campo dei diritti umani, Google ha minacciato di lasciare il mercato cinese e ha deciso di far cadere i filtri del motore di ricerca, venendo meno alle richieste da parte di Pechino per poter operare sul mercato cinese del web. Il gigante statunitense, nonostante la dichiarazione della settimana scorsa da parte di Pechino, secondo cui per operare nel mercato cinese è necessario rispettare le leggi e le richieste del governo, non ha fatto passi indietro.

Il segretario di Stato statunitense, Hillary Clinton, con un intervento tenuto al Newseum di Washington (il museo dell'informazione) è andata oltre il tiepido appoggio della settimana scorsa alla libertà del cyberspazio. La Clinton ha infatti inserito la Cina nella lista nera dei paesi che hanno recentemente ristretto la libertà di internet (tra gli altri: Tunisia, Uzbekistan, Arabia Saudita e Vietnam). Hillary ha inoltre affermato che «i Paesi che limitano il libero accesso alle informazioni o violano i diritti basilari degli utenti di internet rischiano di tagliarsi fuori dal progresso del secolo», ed ha chiesto alle aziende informatiche americane di rifiutarsi di sostenere «censure politicamente motivate» facendo diventare tale principio «una caratteristica delle compagnie tecnologiche americane» e «una parte del nostro marchio nazionale».

La reazione di Pechino a questo discorso è stata duplice. Se da un lato ha cercato di smorzare i toni della polemica, dall'altro non ha fatto nessun passo indietro, anzi ha dichiarato che l'intervento della Clinton potrebbe avere delle conseguenze dannose sui rapporti fra i due Stati. Il viceministro degli Esteri cinese He Yafei, affermando che le relazioni tra i due paesi sono «fondamentalmente stabili», ha asserito che «l'incidente di Google non deve essere legato alle relazioni tra Cina ed Usa, altrimenti si rischia di sopravvalutarlo», e che «se Google o qualsiasi altra impresa straniera ha dei problemi in Cina, questi devono essere risolti in accordo con la legge cinese, e il governo cinese vuole essere di aiuto nel risolvere i loro problemi».

In definitiva, lo scontro fra la Cina e Google, che già in nuce portava con sé conseguenze ben lungi dall'essere solamente economico-commerciali, si sta sempre più assestando su una dimensione politico-diplomatica.




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