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Numero 359
del 10/03/2010
L'Europa e le sfide del futuro PDF Stampa E-mail
! di Gianstefano Frigerio
frigerio@ragionpolitica.it
  
martedì 26 gennaio 2010

In questa recente fase storica sono andate consolidandosi alcune condizioni geo-politiche generali che rendono impervio il futuro dell'Europa, al punto che alcuni politologi e storici parlano di «inverno dell'Europa» o «fine di un'epoca» o «suicidio dell'Europa». Più precisamente:

  • La grande recessione ha messo in movimento ed accelerato una rivoluzione geo-politica che sta spostando l'asse degli equilibri di potere verso il Pacifico, con rischi concreti di marginalizzazione politica ed economica per l'Europa.
  • L'UE soffre di una drammatica crisi demografica, con il tasso di natalità al di sotto della soglia di rimpiazzo delle generazioni; aumenta l'invecchiamento della popolazione con costi economici e riflessi geo-politici; si consuma il fallimento del multiculturalismo tipico dei salotti new age.
  • Si apre la prospettiva allarmante di un lungo periodo di consolidamento del debito pubblico, con rischi di bassa crescita di fronte ad una crisi occupazionale traumatica che ha prodotto la perdita di 5 milioni di posti di lavoro in un anno (la disoccupazione giovanile al 20%) e potrebbe portare ad alti rischi di tensione sociale con un pericoloso blocco della mobilità interna.
  • L'UE è un soggetto politico fragile, con una offuscata consapevolezza della propria identità e memoria storica; la crisi di legittimazione (manifestatasi clamorosamente alle recenti elezioni) è stata provocata da un processo di integrazione segnato dal prevalere del pensiero economicistico e utilitaristico, dall'aggravarsi dell'asfissia dei partiti e delle classi dirigenti, dalla crisi delle culture politiche, dal tecnicismo e dal burocratismo delle procedure, dalla lunga crisi istituzionale. Da qui l'esplosione di euro-scetticismi, populismi, nazionalismi, localismi.
  • L'Europa è immersa in una profonda crisi di spaesamento etico-culturale, provocato da una debole coscienza delle proprie radici e della propria identità, immersa negli itinerari di crisi della postmodernità (soggettivismo, rifugio nel virtuale, dissoluzione della temporalità, le illusioni della società liquida, il pensiero unico della globalizzazione).

In questo quadro, le sfide per l'Europa sono ardue e stringenti e richiedono pertanto risposte rapide, efficaci, concrete, di alto profilo e di respiro strategico. In primo luogo è necessario accelerare l'integrazione politica: gli orgogli nazionali, i populismi, gli euro-scetticismi, i protezionismi, i bardi che cantano un'Europa organizzata in micro-nazionalismi, le visioni strategiche di una fortezza arroccata ed assediata come un ultimo baluardo della civiltà occidentale, sono tutti segni esiziali di una fase di vasta trasformazione geo-politica. Scegliamo un'Europa aperta sulla speranza e sul futuro, non silenziosa e ripiegata su se stessa per la paura. Però ci vuole una maggiore snellezza istituzionale, una più efficace rapidità decisionale, un costante coordinamento delle politiche tra gli stati, meno burocrazia e tecnocrazia, un'unica rappresentanza negli organismi di governance planetari (Consiglio di Sicurezza dell'ONU, Doha Round, FMI, ecc.). E su alcuni punti cardine ci vuole una sola politica coordinata tra gli Stati: la difesa comune compatibile con la NATO e il suo ruolo globale; Schengen e la politica di sicurezza e la lotta contro il terrorismo jihadista; la gestione comunitaria dei flussi migratori; le politiche di integrazione e di cittadinanza; il nodo dell'energia; le politiche contro il mutamento climatico. E attraverso i media, la cultura, la scuola (progetti Erasmus) bisogna rilanciare un percorso di rilegittimazione e di cultura dell'appartenenza.

In secondo luogo, bisogna favorire una rapida ripresa economica per attutire i costi di una lunga stagnazione e delle politiche di riduzione del debito pubblico globale. Gli alti costi della disoccupazione, ed in particolare della disoccupazione giovanile, ci impongono di creare rapidamente occasioni di lavoro. E la via maestra resta quella di un vasto piano comunitario di infrastrutture, di innovazione tecnologica, di ricerca, di energie rinnovabili: finanziati in euro bonds, in fondi pubblici-privati. Con il mondo sociale e sindacale è importante costruire un nuovo patto strategico di riorganizzazione del welfare, centrato sulla famiglia e sulla difesa della vita (l'unica risposta concreta alla crisi demografica). È anche il momento di un maggior coordinamento delle politiche dei vari Stati sui problemi dell'energia, della ricerca, dell'innovazione tecnologica, della formazione, della modernizzazione delle pubbliche amministrazioni, del rafforzamento delle PMI sul piano tecnologico e delle capacità di trading.

In terzo luogo, occorre prevenire gli enormi rischi di un Atlantico più largo e quindi di una lenta emarginazione dell'Europa rispetto allo spostamento dell'asse dei nuovi equilibri di potere verso il Pacifico. Il «rapporto atlantico» diventa quindi una strategia di sopravvivenza per l'Europa: bisogna però assumersi una quota dei costi e dei rischi della governance globale e agganciare a questo nostro disegno un ruolo di «junior partner» per la Russia, la Turchia, il Mediterraneo (come area di libero scambio). Il fondamento ideale di queste strategie politiche lo si può trovare nelle parole dello storico leader di Solidarnosc, Borislav Geremeck: «L'Europa non è solo una zona economica, ma anche una costruzione etica; ha quindi bisogno di un cuore, di una dimensione spirituale».

Ecco la chiave di lettura per passare dalla cultura della paura ad una strategia di speranza e di costruzione del futuro, basata su un cuore (l'Agenda di Lisbona) e su una dimensione spirituale (cioè le radici, un sistema di valori, un'identità). Recuperiamo quindi l'orgoglio di essere europei: perché il mondo ha bisogno del nostro contributo, della sua capacità di dialogo, della sua forza ragionevole, del suo umanesimo. Va ritrovata l'umile consapevolezza della nostra missione. Può esistere l'UE svincolata dalla sua storia e dalla sua memoria? Certamente il finale sarebbe tragico: la disgregazione ed i suoi enormi costi e rischi, in un mondo che costruisce la seconda fase della globalizzazione.

In questo frangente, il PPE (e tutti i partiti nazionali che ne fanno parte), per il peso del suo consenso, della sua storia, per il suo patrimonio ideale, ha una responsabilità enorme ed un ruolo determinante. Questo è il momento per l'Europa per un solido ritorno alle radici cristiane; alla cultura della sussidiarietà, della responsabilità e della solidarietà; alla centralità della persona e della vita; alla libertà educativa; al ruolo sociale e formativo della famiglia; alle politiche contro il mutamento climatico; al valore della sicurezza nella legalità e nella solidarietà; al rilancio di una globalizzazione diversa, sostenibile, equanime. E la sfida per tutti i partiti della grande famiglia del PPE a cominciare dall'Italia, è in questa fase storica quella di un recupero coerente di radici, identità, valori, ideali.

 On. Gianstefano Frigerio

 Membro dell'Ufficio Politico del Partito Popolare Europeo.




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