Il giorno di Natale 2009 sarebbe potuto diventare un'altra data tragica nella storia del terrorismo contro gli Usa. Un attentatore nigeriano di soli 23 anni stava per far esplodere un ordigno a bordo del volo da Amsterdam a Detroit. Un'altra strage mancata solo per l'intuito e il coraggio di un passeggero insospettito dal bagaglio a mano di questo baby attentatore - ma capace di superare ogni controllo e imbarcarsi tranquillamente sull'aereo. Un paio di settimane più tardi, nel Regno Unito, le autorità alzano il livello d'allarme terrorismo a «grave», per definire che esiste la «forte possibilità» di un attacco. E' il livello immediatamente precedente al massimo allarme di un attacco «imminente».
Niente di nuovo. Dal dicembre 2001 ad oggi gli Usa sono stati il bersaglio di venti tentativi falliti di attentato. In pratica un attacco ogni sei mesi. Ma questa allarmante continuità dimostra che il cambio di leadership in America non ha cambiato la strategia del terrorismo islamico. Gli Usa restano sempre il nemico pubblico numero uno degli estremisti islamici. Allora la guerra al terrorismo, che sembrava un'invenzione di George W. Bush, e perciò è stata eclissata insieme al suo tanto discusso doppio mandato, è una questione che non dipende dalla politica interna americana. Il nuovo corso di Obama non solo ha fallito nel dirimere la matassa di Iraq e Afghanistan, ma ha fallito anche nel disinnescare la minaccia degli attentati sul suolo americano. Se la dottrina Bush aveva fallito, la mancanza di una dottrina Obama è altrettanto colpevole. Quest'anno cadono le elezioni per il rinnovo parziale del Congresso americano e già la campagna elettorale si è concentrata sul terrorismo e la sicurezza nazionale. Ancora una volta l'America si sente al centro del mondo, invece di porre il mondo al centro dei suoi interessi. D'altronde lo shock di Fort Hood è ancora caldo, quando il 5 novembre scorso un maggiore dell'esercito americano, musulmano praticante, sparò all'improvviso contro i suoi commilitoni abbattendone tredici e ferendone una trentina. Un soldato americano, nato in America e residente in terra americana - eppure l'estremismo islamico ha prevalso in modo tragico sulla sua seppur forte identità nazionale. Non solo: tre giorni dopo la strage di Fort Hood esultava su Facebook Anwar Awlaki, soprannominato «il Bin Laden del web». L'islamismo combatte anche su internet, colpendo i valori occidentali più duramente di quanto non possa fare, ad esempio, la censura cinese.
Ma proprio come ai tempi di Bush, l'America non è in splendida forma. Deve ancora uscire dalla convalescenza post-crisi economica, mentre Obama ha investito tutto il suo capitale politico sulla epocale riforma sanitaria - proprio quando il seggio senatoriale che fu dominio esclusivo dei Kennedy dal 1972 è passato incredibilmente nelle mani dei Repubblicani. Per quanto circoscritta, è una disfatta fortemente simbolica che fa male a Obama. La continuità negli attacchi terroristici può anche dipendere dalla continuità nella debolezza degli Usa.
Così si ripropone questa rinnovata prospettiva «nazionale» del terrorismo, come se fosse una questione americana, che tuttavia non può essere risolta soltanto con la politica interna. Gli Usa hanno abdicato alla leadership globale nella lotta al terrore, anche di fronte alle numerose defezioni degli europei. Attaccare militarmente lo Yemen, attuale piattaforma militare di al-Qaeda? Dopo Iraq e Afghanistan l'opzione militare è diventata impossibile da legittimare, anche su scala limitata e «chirurgica», come fece Clinton in Afghanistan e in Sudan nell'agosto del 1998. L'Inghilterra si ritrova in condizioni ancora peggiori. Il premier Gordon Brown è tra i più deboli della storia, mentre Albione si conferma il ventre fecondo per crescere giovanissimi terroristi. Prima esportavano la civiltà europea e poi la loro lingua. Adesso gli inglesi sono diventati esportatori involontari di terroristi. Yemen e Inghilterra sono i due grandi magazzini dove Osama Bin Laden confeziona i suoi attacchi contro Barack Obama.
Combattere il terrorismo sul suo suolo non ha ancora dato i frutti sperati, soprattutto rispetto alla generosità con cui gli occidentali hanno seminato il Medioriente di ideali e istituzioni per la libertà. Ma anche lo sforzo integrativo nelle società democratiche multiculturali ha generato soltanto serpi in seno - e sempre più invisibili, come giovani donne kamikaze, nate e cresciute in Inghilterra e perciò non schedate nei database delle agenzie di sicurezza. Alla fine né guerra, né pace. E' davvero impossibile scrivere un romanzo a lieto fine quando al-Qaeda è uno dei protagonisti?
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