A circa un anno dal giorno dell'insediamento alla Casa Bianca, il presidente americano Barack Obama ha pronunciato, nella giornata di mercoledì, il suo primo discorso sullo «stato dell'Unione», un'arringa della durata totale di oltre 71 minuti (il sesto «State of the Union» più lungo nella storia presidenziale a stelle e strisce) in cui, come previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti, il comandante in capo, di fronte al Congresso in seduta comune, ha fatto il punto sullo stato di salute della nazione, presentando altresì il proprio programma amministrativo per l'anno a venire. Mentre una parte consistente dell'America sembrava in questi giorni non riservare particolare interesse nei confronti dell'appuntamento (rinviato perché in contrasto con il ritorno in tv della seguitissima serie Lost), sul fronte politico c'era molta aspettativa nei riguardi dell'esordio di Obama nello «stato dell'Unione». In netto e continuo calo nei sondaggi di popolarità, alle prese con la difficile situazione economica del proprio paese, e a pochi giorni di distanza dalla cocente sconfitta subita dai Democratici nella «special election» tenutasi in Massachusetts, era per lui obbligatorio utilizzare il discorso per tentare di rilanciare l'iniziativa politica e, per quanto possibile, riportare l'attenzione sulla sua ambiziosa agenda legislativa, l'arcinoto messaggio del «cambiamento» che gli ha permesso di conquistare la Casa Bianca, ma che non è servito a portare a compimento le grandi riforme inizialmente promesse.
Affidandosi alle sue universalmente riconosciute capacità oratorie, il presidente democratico ha pronunciato un lungo discorso nel quale, pur ammettendo di aver mancato alcuni obiettivi nel suo primo anno al comando (e ancora una volta lamentando le grandi difficoltà ereditate dal proprio predecessore), ha rilanciato con forza il suo messaggio di speranza e cambiamento, le sue promesse elettorali e le sue ambizioni riformatrici. «I don't quit», concetto traducibile con un «non mi arrendo», è stata la frase simbolo del primo «stato dell'Unione» di Obama, nel quale non sono mancati nuovi appelli per un approccio bipartisan alle questioni politiche e per un superamento delle «vecchie battaglie» che hanno diviso il paese e hanno bloccato o rallentato i suoi sforzi al Congresso. Con ripetuti riferimenti alle qualità del popolo americano, da sempre capace di superare ogni ostacolo con ottimismo, Obama ha concentrato la propria attenzione sull'economia e sul lavoro, al primo posto nelle priorità per il 2010. Di fronte alla sfida di recuperare la fiducia riposta in lui dall'elettorato e di riaffermare la sua leadership, si è esibito in un discorso in cui ha tentato di accontentare tutti i presenti, risultando, come scritto dal Washington Post, «talvolta conciliante, talvolta combattivo».
Pur accollandosi la responsabilità di alcuni errori, quali il non aver «spiegato meglio» la riforma della sanità, l'inquilino della Casa Bianca ha incolpato, in almeno tre occasioni, l'operato dell'amministrazione Bush - strategia che ha ovviamente giocato un ruolo fondamentale nella campagna elettorale del 2008 e che, a giudicare dai sondaggi (molti americani incolpano tuttora Bush per la crisi economica), può ancora oggi tornare politicamente utile allo schieramento democratico. Obama ha inoltre voluto strizzare l'occhio all'ala più liberal del suo partito (con il rinnovato impegno a ritirarsi dall'Iraq e a permettere ai gay di arruolarsi nell'esercito) ma anche all'opposizione repubblicana (più volte menzionando i tagli alle tasse, ma anche promettendo nuovi investimenti nel nucleare e nelle trivellazioni off-shore di petrolio).
Un discorso alquanto articolato, a tutto tondo, in cui sono stati affrontati approfonditamente tutti i temi fondamentali che riguardano gli Stati Uniti, riforma del sistema sanitario compresa (nonostante la situazione di stallo in cui attualmente essa si trova al Congresso). Uno «stato dell'Unione» che, pur apprezzato dai sostenitori e da molti osservatori per l'ennesimo sfoggio di talento oratorio, è stato anche seguito da alcune critiche sul piano dei contenuti. «Visto con occhio favorevole - ha scritto John F. Harris su The Politico - il discorso ha rivelato la mente di un leader che si è sempre disinteressato alle categorie ideologiche e che è determinato a creare la propria linea puntando sui risultati. Dall'altro lato - nota tuttavia Harris - il discorso potrebbe essere interpretato come il lavoro di un presidente che sta disperatamente improvvisando nel tentativo di accontentare ogni parte politica». Di taglio simile l'analisi di USA Today, per il quale l'efficacia di Obama nell'identificare i problemi non equivale a quella nel trovare le soluzioni.
Ovviamente avverse le recensioni da parte del fronte conservatore, del tutto scontento della decisione di «mantenere la rotta». Per l'opinionista Michael Gerson, il presidente sembra dimostrare di avere «un problema a rapportarsi con la realtà», a causa del continuo puntare sulla speranza, nonostante le difficoltà finora incontrate. E molti dubbi sembrano emergere anche in buona parte dei media che, fino a pochi mesi or sono, difendevano l'operato del presidente democratico: Huffington Post ironizza sul fatto che l'inquilino della Casa Bianca sia «l'ultimo uomo a credere nella bipartisanship», mentre altri, quali il magazine Slate, si chiedono se questo tentativo di «rilanciare il marchio Obama» possa avere successo. Un quesito che troverà risposta solo nel prossimo futuro. «La nostra impressione - scrive il Wall Street Journal - è che la maggior parte degli americani sarà delusa perché percepisce una presidenza che è iniziata con grandi promesse, ma che ora si trova a un bivio senza sapere cosa fare - eccetto continuare sulla stessa strada che l'ha messa nei guai».
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