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Numero 462
del 11/02/2012
La strategia repubblicana in vista del Mid Term PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
bosco@ragionpolitica.it
  
martedì 02 febbraio 2010

A pochi giorni di distanza dal primo discorso sullo Stato dell'Unione del presidente americano Barack Obama, a Washington sono già iniziate le grandi manovre in vista delle elezioni «mid-term» del prossimo novembre, un appuntamento di cruciale importanza, in cui l'opposizione repubblicana ambisce a riconquistare il Congresso. Un obiettivo considerato a dir poco irraggiungibile fino a qualche mese fa, data l'estrema popolarità di Obama in seguito alla conquista della Casa Bianca, ma che oggi - dopo le sconfitte democratiche in New Jersey, Virginia, ma soprattutto Massachusetts - sembra essere alla portata del Partito Repubblicano.

Forte delle inaspettate vittorie elettorali, della insperata capacità di bloccare (o quantomeno rallentare) il programma amministrativo presidenziale in sede legislativa e, non ultimo, dell'inarrestabile calo nei sondaggi dell'inquilino della Casa Bianca, il Grand Old Party sta mettendo a punto la strategia per tentare di recuperare un po' dello sfarzo e del potere di cui ha goduto in almeno sei degli otto anni di amministrazione Bush. E sembra che la parola d'ordine per i candidati repubblicani alla Camera e al Senato, con l'avvicinarsi del prossimo novembre, sia sfruttare a proprio vantaggio la discesa nei sondaggi del presidente. Riporta Jonathan Martin su The Politico: «Una tattica che sarebbe sembrata inverosimile solo un anno fa, quando il nuovo presidente prestava giuramento con il 67 per cento di approvazione, sta ora emergendo come componente chiave della strategia del GOP: collegare gli avversari Democratici a Obama e costringerli a rispondere per alcune delle politiche più impopolari associate al governo centrale». Un'idea emersa in seguito ai risultati delle già citate elezioni in New Jersey, Virginia e Massachusetts, nelle quali il comandante in capo si è dimostato incapace di aiutare i candidati del proprio partito, nemmeno esponendosi in prima persona.

Riunitisi nel consueto «meeting invernale», gli strateghi repubblicani si sono detti concordi nel considerare il momento di difficoltà di Obama - ora sotto il 50% nei sondaggi di popolarità - come una potenziale arma da utilizzare alle elezioni di medio termine, specialmente negli Stati conservatori, ma anche in quelli in bilico, dove ogni candidato democratico sarà associato ad alcune delle più controverse scelte dell'amministrazione, dalla spesa pubblica alla sanità. Uno scenario che ovviamente preoccupa la maggioranza, già alle prese con alcuni non trascurabili problemi interni, su tutti la propensione di alcuni alla paralisi legislativa, in modo da non inimicarsi la base nei mesi a venire. «I Democratici sono molto preoccupati dal pensiero di perdere gli indipendenti», ha dichiarato lo stratega democratico Keir Murray, «ma ancora peggio sarebbe per loro non recuperare la base, che significherebbe una batosta a novembre». Non è un caso che lo stesso presidente, durante il discorso sullo Stato dell'Unione, e nei giorni precedenti, abbia lanciato alcuni messaggi alla base del partito, quali la proposta di una nuova politica per i gay nelle forze armate, la riforma dell'immigrazione e la riduzione delle emissioni di carbone. Tali ami lanciati nello stagno democratico, tuttavia, non hanno fatto altro che alienare i tanti moderati del partito, già abbastanza insofferenti per le concessioni all'ala liberal, e per nulla intenzionati a perdere voti con scelte impopolari in un anno elettorale.

La Casa Bianca, dal canto suo, è obbligata a effettuare delle contromosse. Frustrato dall'inattesa abilità dei Repubblicani di bloccare le sue iniziative, Obama si rifugia nel contrattacco. Nonostante i continui inviti al dialogo e alla ricerca di uno «spirito bipartisan», l'amministrazione si sta in questi giorni scagliando ripetutamente contro l'opposizione. La quale, più volte presentata come «il partito del no», starebbe - come dichiarato dal consulente David Axelrod - «tifando per il fallimento del Paese». Una strategia, quella di mettere in evidenza i difetti della minoranza (in modo da togliere i propri dalla luce dei riflettori), dettata dalla necessità di recuperare le redini del dibattito politico, ma soprattutto il sostegno dell'opinione pubblica americana. Una scommessa azzardata, quella di Obama, affiancata all'intenzione - ribadita nello «State of the Union» - di proseguire sulla propria strada, senza variazione alcuna. Ovvero continuare a portare avanti quell'agenda amministrativa che, nel giro di un solo anno, è riuscita nell'impossibile: riportare in vita e ridare vigore a un Partito Repubblicano moribondo e caduto in disgrazia.




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