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Numero 475
del 15/05/2012
Guerra e pace nel Golfo Persico PDF Stampa E-mail
! di Gabriele Cazzulini
cazzulini@ragionpolitica.it
  
martedì 02 febbraio 2010

«Si vis pacem, para bellum». Dalla pax romana alla pax americana il salto è troppo lungo. Anche perché in mezzo potrebbe spuntare all'improvviso una pax iraniana, anche se nel lessico ideologico di Teheran pax è termine molto ambiguo. Infatti l'espansionismo nucleare della teocrazia sciita è sul punto di proclamare l'egemonia dell'Iran sul Golfo Persico e il Medioriente. Perciò gli americani hanno intrapreso una rischiosissima ed estrema strategia per disinnescare il nucleare iraniano e la rincorsa della Repubblica islamica all'egemonia regionale. Così ritorna in auge lo scudo missilistico difensivo che fu ideato prima da George W. Bush e che ora Obama si incarica di realizzare in tempi rapidi.

A grandi linee il progetto prevede una prima linea costituita dal pattugliamento continuo di incrociatori americani nelle acque del Golfo Persico, con una dotazione di sistemi radar e missili di intercettazione - anche se il raggio di protezione non include il missile balistico Shahab 3, che può colpire un bersaglio fino a 2000 chilometri di distanza. Non basta: è prevista anche una seconda linea d'emergenza con batteria di inossidabili missili Patriot per bersagli a breve raggio. Ecco perché servono postazioni fisse da installare in quattro paesi. Per ora i candidati non mancano: Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar. Quindi gli americani lavorano ad uno scudo missilistico «personalizzato», cioè configurato esclusivamente contro possibili attacchi iraniani. La «road-map» della sua implementazione potrebbe essere ulteriormente accelerata.

Infatti, in un paradossale gioco di specchi, il principale deterrente diplomatico allo scudo americano in Medioriente potrebbe essere un nuovo round di sanzioni targate Onu. L'unica, decisiva opposizione è quella di Pechino. Ma dato che il mondo resta una piccola sfera, alla fine i conflitti si sommano in un unico conto. Perciò il recentissimo accordo tra Usa e Taiwan - quella che per Pechino è l'odiosissima «altra» Cina - per la fornitura di armi americane ha seriamente compromesso i rapporti tra Washington e Pechino. Per non parlare del conflitto techno-politico tra Google e la Cina, con gli Usa schierati aggressivamente al fianco del motore di ricerca contro la censura e gli attacchi telematici cinesi. La vendetta di Pechino è pronta a ritorcersi contro gli Usa quando il Consiglio di Sicurezza di New York dovrà votare nuove sanzioni contro Teheran.

Intanto Ahmadinejad annuncia che il prossimo 11 febbraio, anniversario della Rivoluzione teocratica, darà un segnale esplosivo al mondo. Che cosa? Sorpresa. In Israele qualcuno inizia già il conto alla rovescia per un apocalittico fungo nucleare che produrrebbe l'olocausto dello Stato ebraico, come promesso dalle autorità iraniane nel giorno della memoria della Shoah. Ahmadinejad ha imparato la lezione affermando che chi controlla il Medioriente controlla il mondo. Da quest'angolatura si capisce meglio l'inossidabile continuità della grande strategia americana in Medioriente. Repubblicani o democratici, guerrafondai o pacifisti, gli interessi di potere dell'America nella terra del petrolio hanno sempre la precedenza - specialmente quando dalla parte opposta ci sono figure come Ahmadinejad o Bin Laden.




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