L'asse portante della cultura e della prassi politiche di Forza Italia e del Pdl è sempre stato il connubio Chiesa-popolo. La tradizione, come religione e cultura, dunque. Questo asse culturale, politico ed etico-religioso, costituisce un asset politico stabile e certo, che agisce anche oggi con particolare efficacia.
Prova ne sia il ricorso presentato dal governo italiano contro la sentenza del 3 novembre 2009 pronunciata dalla Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che vorrebbe cancellare la presenza del crocifisso dalle aule scolastiche. Quattrordici pagine vergate con chiarezza e lucidità culturale e politica, alla luce del connubio Chiesa-popolo. La Chiesa come casa di tutti gli italiani, del popolo appunto. Credenti e non credenti. La dimensione culturale è legata alla realtà storica ed alla tradizione, non al confessionalismo ideologico. In questo documento si chiarisce come non si debba confondere la «neutralità» con la negazione a priori della dimensione religiosa. Si ribadisce il «no» ad una visione che «confonde la neutralità dello Stato di fronte a religioni diverse con la neutralizzazione di qualsiasi riferimento alla dimensione religiosa o spirituale all'interno dello spazio pubblico». Lo «spazio pubblico» non è il terreno della mediazione al ribasso - con il corollario implicito della subordinazione della sfera religiosa e sacrale all'azione normativa dello Stato: il giacobinismo militante applicato su vasta scala -, ma il luogo della riqualificazione del linguaggio pubblico che si struttura attraverso una ricorrenza di tradizioni e costumi religiosi, non azzerabili con un colpo di spugna.
A questo livello si colloca l'equivoco sulla stracitata «neutralità» dello Stato rispetto alla religione o, al plurale, alle religioni. Questa visione della «neutralità» non può che imporre «l'eliminazione - leggiamo nel testo del ricorso - di un simbolo religioso», in maniera ideologica e brutale, statolatrica. Anziché «aprire il dialogo alla comprensione e alla tolleranza che caratterizzano il pluralismo», ci troviamo di fronte, inevitabilmente, alla «negazione di questa stessa libertà, finendo per escludere la dimensione religiosa», favorendo, infine, «ateismo e agnosticismo». Proprio così: ateismo e agnosticismo. Che vengono considerati, in questo testo, come mali sociali e non fantastici progressi dell'umanità «laica» e «moderna». Si nega, così, alla radice, che un simbolo religioso come il crocifisso - esaltato da un famoso articolo di Natalia Ginzburg, pubblicato su L'Unità del 22 marzo 1988, con il titolo redazionale: Quella Croce rappresenta tutti - possa rappresentare l'idea di una società laica e cristiana - pensiamo a don Luigi Sturzo, sacerdote e fondatore del Partito Popolare, nettamente non confessionale - e la nostra idea di società laica e cristiana.
Per affermare questa semplice verità si ricorre ad un paradosso davvero inusuale in un documento giuridico e politico: «Se l'impatto della presenza di un oggetto simbolico come il crocifisso in uno spazio pubblico rappresenta realmente un disagio psicologico talmente grande da rasentare la violazione della libertà religiosa, allora converrebbe bandire tutti i simboli religiosi... Le cattedrali, le chiese che si trovano nelle piazze centrali delle nostre città». Un esperimento mentale che varrebbe la pena inserire nei programmi di studio delle scuole, di ogni ordine e grado. Servirebbe, forse, a fare aprire gli occhi sulla semplice realtà che ci circonda, sulle bellezze della nostra storia, della nostra tradizione. La nostra anima. «Nel messaggio della Croce c'è un pezzo della storia d'Europa, della civiltà occidentale». In termini politici, potremmo dire: della stragrande maggioranza degli europei e degli italiani. Piaccia o non piaccia agli euroburocrati con evidenti inclinazioni relativistiche e nichiliste. «L'Europa che allontana da sé la religiosità, per riconoscerla solo, con un involontario razzismo, alle comunità degli immigrati, è un'Europa senza anima e senza identità. E l'Italia non può stare in silenzio».
Un «nota bene» del tutto inusuale: quell'«involontario razzismo», voluto da una casta, un ceto di euroburocrati, avulsi dalla vita dei popoli in carne ed ossa, che favorisce gli immigrati islamici come se i rapporti tra l'Islam e l'Occidente fossero questione burocratico-formale e non sostanziale e scandita da millenni di difficoltà e fasi critiche. Ma, si sa, chi vive tra le carte pensa che bastino le carte a risolvere i problemi, con un appiattimento delle differenze, cifra che sta segnando non soltanto la politica dell'UE, ma anche la globalizzazione dei banchieri, con il loro signoraggio che pesa sulle teste dei cittadini come una spada di Damocle tenuta in mano da un «dio mortale». Quel «dio mortale» che, per Thomas Hobbes, era il Leviatano. Leviatani burocratici e finanziari.
Lo storico Roberto Vivarelli, che ha attraversato il Novecento in tutte le sue contraddizioni e criticità (è stato un combattente della RSI), certamente laico e non sospettabile di particolari simpatie per la Santa Sede, ha affermato, concludendo una lezione tenuta il 18 giugno 2009, in occasione del convegno «Nazione, cittadinanza, Costituzione», nella Sala della Lupa a Palazzo Montecitorio: «Crisi educativa è crisi di valori morali. Non è compito dello Stato, lo sappiamo bene, confondere il peccato con il reato. Ma è compito anche dello Stato, beninteso non dello Stato soltanto, l'educazione civica, che, in quanto educazione al rispetto delle leggi e al come comportarsi nei rapporti con gli altri, è pur sempre educazione morale. Una società come la nostra società, una scuola come la nostra scuola, che rinunciano ad insegnare quali siano le radici, radici storiche, di frutti quali la nostra libertà e le nostre istituzioni; una società come la nostra società, una scuola come la nostra scuola, che di quei frutti rinunciano a mettere in luce le basi morali, è mia convinzione che tradiscano i loro compiti primari. Può darsi che io parli come uomo di altri tempi, quale sono, ma se vogliamo davvero che, sempre e ovunque, gli esseri umani siano trattati come persone, che è quanto significa riconoscerne la dignità, bisognerà che prima o poi ci si ricordi di insegnare per quali ragioni ci sono cose che non si fanno».
Se la tecnoburocrazia vive come se tutto questo fosse una favola per ubriachi dispersi nelle lande d'Europa, la società, con i linguaggi che la innervano, sottolinea la forza di queste verità primordiali, naturali, ad uso e consumo - nel senso tecnico e concreto - del mercato. Avrete certamente presente la pubblicità di una nota casa produttrice di pasta: «Per essere liberi, ci vogliono radici». Radici-memoria. Per la vita, le persone e la società, non per il mercato. Ma anche questo fenomeno di «sostituzione» delle radici dalla storia al mercato ed al consumo - che dobbiamo leggere senza pulsioni moralistiche d'accatto, sia chiaro - sono frutto del nichilismo postmoderno. Fenomeno storico, non destino cinico e baro.
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