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Numero 475
del 15/05/2012
Italia ed Israele unite contro la minaccia iraniana PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
  
mercoledì 03 febbraio 2010

La visita in Israele della delegazione italiana guidata dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e lo storico discorso che il premier ha tenuto alla Knesset, onore riservato a pochissimi altri capi di stato stranieri ed inedito assoluto per un Presidente del Consiglio italiano, sono stati un'occasione straordinaria per far sentire la voce dell'Italia sulla questione del nucleare iraniano. Durante il discorso pronunciato di fronte al Parlamento israeliano, Berlusconi ha ribadito che «non si possono ammettere cedimenti» su questo punto ed ha sollecitato «l'intera comunità internazionale» a «stabilire con parole chiare ed univoche che è inaccettabile che l'arma nucleare venga sviluppata in un paese che ha apertamente minacciato lo stato di Israele e che ha negato la Shoah e la legittimità dello stato ebraico». «Occorre impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano», ha concluso Berlusconi, che ha indicato la strada da percorrere, basata su un «negoziato risoluto» e «sanzioni efficaci». Ed è fondamentale, ha sottolineato il premier, che gli sviluppi delle trattative vengano costantemente monitorati per impedire «la logica dell'inganno e delle perdita di tempo» finora utilizzate da Teheran. Non a caso già ieri il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, aveva ribadito che l'Italia, pur non essendo nel Consiglio dell'Onu, «farà la sua parte» in caso di nuove sanzioni nei confronti di Teheran. Ed infatti il dossier sul nucleare iraniano era stato al centro della seconda giornata di incontri tra il presidente Berlusconi ed il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che aveva riconosciuto l'importante ruolo che l'Italia ricopre nella difesa di Israele in tutte le sedi internazionali, ricordando che il nostro paese è stato in prima fila nell'inserimento di Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche della Ue, nel boicottaggio della conferenza Durban 2, e nelle proteste per il vergognoso rapporto Goldstone.

La reazione del governo iraniano non si è naturalmente fatta attendere. Kazem Jalali, portavoce della commissione affari esteri del Parlamento iraniano, ha dichiarato che le parole del premier italiano «non potranno aiutare a risolvere i problemi, ma al contrario li renderanno più complicati». Ma più delle chiacchiere di Teheran, preoccupano i fatti. Secondo quanto reso noto dalla televisione di Stato iraniana, infatti, ieri mattina, a distanza di un anno dalla messa in orbita del suo primo satellite artificiale Omid, il regime ha lanciato con successo un nuovo razzo vettore per satelliti, il Kavoshgar-3, mentre per oggi ha annunciato la presentazione di tre nuovi satelliti, denominati Ya Mahdi, Mesbah-2 e Tolu. Tutte queste attività nel settore aerospaziale non possono che aumentare le preoccupazioni dei Paesi occidentali, che sanno bene che la Repubblica islamica potrà usare questa tecnologia anche a fini militari.

Ma a preoccupare l'Italia non è solamente la questione nucleare. Il presidente Berlusconi non ha dimenticato, infatti, l'opposizione iraniana e la dura repressione in atto nel Paese. Dopo aver lamentato che a Teheran «la guida ricorda personaggi nefasti», il premier ha sottolineato che il governo iraniano «non ha un forte sostegno» popolare, anzi che ha contro di sé «una forte opposizione che è nostro dovere aiutare e sostenere». Un appoggio significativo all'Onda Verde, il maggiore movimento di opposizione, che proprio in questi giorni sta subendo una nuova sanguinosa ondata repressiva. Ieri infatti, Sayyed Ebrahim Raissi, alto esponente dell'autorità giudiziaria iraniana, ha annunciato che presto saranno impiccati altri nove «contro-rivoluzionari» (senza contare i sedici ancora sotto processo), accusati di avere tentato di sovvertire il regime. La stessa sorte era toccata giovedì scorso ad altri due membri dell'opposizione, Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahmanpur, poco più che ventenni, riconosciuti colpevoli di essere «mohareb"»(nemici di Dio), di aver fatto parte di un gruppo di opposizione monarchico e di avere pianificato attentati contro autorità dello Stato, ma la cui unica vera colpa è quella di aver contestato il regime tirannico degli ayatollah. «La rivoluzione islamica ha fallito il suo obiettivo di eliminare il totalitarismo in Iran, dove esistono ancora le radici della tirannia e della dittatura», ha commentato il leader dell'opposizione Mir Hossein Mousavi, in una lunga intervista pubblicata sul suo sito Kaleme.org.

A pochi giorni dall'11 febbraio, trentunesimo anniversario del ritorno dell'ayatollah Khomeini dall'esilio, data che segna di fatto l'inizio della rivoluzione che nel 1979 trasformò la monarchia persiana in una Repubblica islamica, Mousavi è tornato ad attaccare il regime di Khamenei ed Ahmadinejad, spiegando che si vedono «le basi e gli elementi che producono una dittatura, come pure la resistenza contro un ritorno della stessa: mettere a tacere i mass media, riempire le prigioni e uccidere brutalmente gente che chiede in modo pacifico il rispetto dei propri diritti sono cose che mostrano che le radici della tirannia esistono ancora». Per questo è particolarmente significativo che il presidente Berlusconi non abbia dimenticato nei suoi discorsi l'opposizione iraniana. Anch'essa, infatti, aspira a vivere in un paese libero e democratico, condividendo con l'Italia, con Israele, e con tutto l'Occidente i principi ed i valori di giustizia, libertà e fratellanza che accomunano tutti gli uomini della terra. Di fronte a questa disperata richiesta del popolo iraniano, così come di fronte alla richiesta del popolo israeliano di vivere in pace nella propria terra, l'Italia ha deciso di far sentire la propria voce, dimostrando, ancora una volta, di non volersi macchiare del più grave dei delitti: l'indifferenza.




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