A volte, come insegna il Gattopardo, è necessario cambiare tutto perché tutto resti come prima. Così accade che Tonino Di Pietro rovesci da cima a fondo la strategia dell'Idv per mantenerne intatta la natura: quella di partito personale a conduzione familiare. E' questo, in soldoni, ciò che è accaduto al congresso dell'Italia dei Valori svoltosi a Roma nei giorni scorsi. L'ex pm ha annunciato svolte epocali nella linea politica del partito. Ha detto che la piazza non basta più, che il voto «di pancia» non è sufficiente per costruire una grande forza politica, che dalla protesta occorre passare alla proposta, che l'alleanza a tutto campo con il Partito Democratico è essenziale per dare vita ad una coalizione che aspiri al governo del paese. Così ha pure potuto annunciare il sostegno dell'Idv al candidato del Pd per la guida della Regione Campania, l'«imputato» Vincenzo De Luca che solo una settimana fa veniva dipinto dallo stesso Di Pietro come l'emblema della peggiore politica amministrativa, alla quale l'Italia dei Valori mai avrebbe dato il suo appoggio.
Molti osservatori hanno commentato con stupore questa sorta di «rivoluzione copernicana» dell'ex pm. Ma la verità è che egli aveva di fronte a sé due strade, ed ha scelto quella che, se all'apparenza rappresenta una netta rottura col passato, nella sostanza ne garantisce la continuità. Il primo sentiero che Di Pietro poteva imboccare era quello che lo avrebbe portato ad inseguire i suoi avversari interni - raccolti attorno a MicroMega, Marco Travaglio e all'altro ex pm, Luigi De Magistris - sul loro terreno: quello del movimentismo duro e puro, del rapporto sempre più stretto con i meet-up di Beppe Grillo e col popolo viola del «No-B day», del giacobinismo antipolitico più spinto e, conseguentemente, di una concezione del partito inteso come semplice valvola di sfogo delle pulsioni giustizialiste più radicali. Se avesse seguito questa strada, Di Pietro avrebbe finito per consegnarsi mani e piedi ai suoi detrattori, perdendo il controllo della sua creatura e legittimando l'immagine dell'Italia dei Valori tratteggiata alcuni mesi or sono proprio dalla rivista diretta da Flores D'Arcais con un'inchiesta dal titolo «C'è del marcio in Danimarca», nella quale si affermava che «a livello locale, le ali del gabbiano arcobaleno (il simbolo dell'Idv, ndr) sembrano troppo spesso zavorrate dal peso della sua contiguità a un ceto politico dai modi di fare discutibili, in molti casi approdato all'Italia dei Valori dopo svariati cambi di casacca, alcuni dei quali acrobatici, e in seguito a ponderatissimi calcoli di convenienza personale. Non proprio quello che si aspetterebbe da un partito che aspira a incarnare un nuovo modo di fare politica».
La via alternativa a questa - cioè quella che poi Tonino ha deciso di percorrere - consisteva nel presentarsi come leader sostanzialmente alternativo a De Magistris, accentuando una dimensione - se così possiamo dire - istituzionale dell'Idv a scapito della retorica in tutto e per tutto antipolitica del suo antagonista, e mostrando di possedere ancora, secondo le tanto deprecate liturgie della «vecchia politica» della prima Repubblica, il controllo delle tessere e della dirigenza locale del partito (del resto, a leggere l'attuale statuto dell'Italia dei Valori non potrebbe essere altrimenti). E' per questo che Di Pietro ha compiuto, al congresso del suo partito, quella «svolta politichese» di cui hanno parlato in questi giorni diversi commentatori: per segnare il territorio e ricordare ai suoi avversari interni che è ancora lui, nonostante tutto, il comandante in capo dell'Idv.
Un altro elemento di cui tenere conto per comprendere la scelta dell'ex pm è quello che ha segnalato lunedì Il Giornale: nel momento in cui si trova nell'occhio del ciclone a causa delle imbarazzanti rivelazioni (rilanciate con ampio risalto dal Corriere della Sera nei giorni scorsi) del suo ex amico e cofondatore dell'Idv, Mario Di Domenico, sulla vera storia del partito e su certe poco chiare amicizie del suo leader, Di Pietro è di fatto costretto a cercare una sponda politica che, in nome della convenienza comune e dello spirito di casta, lo metta al riparo da quello che Pier Luigi Bersani - guarda caso proprio lui - ha definito un «polverone» sollevato ad arte contro Tonino, proprio quando egli ha deciso di riannodare i fili politici dell'alleanza col Pd.
Considerato tutto ciò, appare chiaro che la «svolta» di Di Pietro al congresso dell'Italia dei Valori consiste, in realtà, in un mero tatticismo di cui l'ex pm si è servito per raggiungere due obiettivi immediati: dimostrare di essere ancora il padre-padrone dell'Idv mettendo all'angolo i suoi detrattori interni e coprirsi le spalle nel momento in cui si fanno sempre più ingombranti le ombre sul suo passato. Il futuro viene dopo.
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