Al Qaeda è tornata a far sentire la propria voce. In un messaggio audio diffuso via internet, il numero due dell'organizzazione di Bin Laden nello Yemen, Said al-Shihri, ha incitato tutti i musulmani della penisola arabica a «colpire gli interessi americani e crociati ovunque». Una nuova esortazione al jihad globale, che invita ad «eliminare il maggior numero possibile di nemici», come avrebbe dovuto fare Umar Farouk Abdulmutallab nel fallito attentato di Natale sull'aereo della Delta-Northwest diretto a Detroit. Da allora è salita l'allerta per possibili nuovi attacchi da parte della cellula yemenita ed il governo americano è impegnato su un nuovo fronte contro la rete terroristica di Osama Bin Laden.
Purtroppo, come ha notato Thomas L. Friedman in un recente articolo sul New York Times, «Al Qaeda è come un virus. Quando appare in massa, significa che qualcosa non va nel sistema immunitario di un paese. E sicuramente qualcosa non va in quello dello Yemen». Il virus di Al Qaeda tende a diffondersi là dove sussistono alcun fattori. Innanzitutto un governo centrale debole e corrotto, come quello di Sana'a. Vaste aree dello Yemen rimangono ancora sotto il controllo delle tribù rurali, specialmente nel sud e nel sud-est del paese, dove sono collocati i santuari dei terroristi. Contro il governo centrale agisce anche il movimento separatista Houthi, che soprattutto a nord contende all'esecutivo di Sana'a il controllo del territorio. Se a questo si aggiungono alcuni numeri, come il tasso di crescita della popolazione, che è oltre il 3,4% con il 50% degli yemeniti sotto la soglia dei 15 anni, un tasso di analfabetismo pari al 70% ed un tasso di disoccupazione compreso tra il 35 ed 40%, ben si comprende come lo Yemen sia pericolosamente vicino al concetto di «failing state», senza contare quello che potrebbe essere presto un triste primato per il paese: in pochi anni potrebbe essere il primo al mondo a rimanere senz'acqua a causa di una politica dissennata di gestione delle scarse risorse idriche.
D'altra parte già in passato ci sono stati campanelli di allarme, più o meno ignorati, come l'attentato del 2000 al USS Cole, il cacciatorpediniere americano ormeggiato nel porto di Aden attaccato da un'imbarcazione guidata proprio dai terroristi di Al Qaeda, che provocò la morte di 17 marinai oltre al commando terroristico, e 39 feriti. La war on terror iniziata all'indomani dell'attentato contro le Torri Gemelle di New York ha distolto l'attenzione dalla penisola arabica, che si era immediatamente schierata con gli Stati Uniti, dai quali ha ricevuto, e continua a ricevere, cospicui finanziamenti proprio per contrastare il diffondersi del virus jihadista in Medioriente. Una politica che evidentemente non ha dato i risultati sperati, visto che già nel settembre del 2008 AQAP (Al Qaeda in the Arabian Peninsula) colpì in un nuovo attentato l'ambasciata americana a Sana'a uccidendo 10 guardie yemenite e quattro civili, oltre ai sei terroristi.
Segnali preoccupanti che devono essere presi sul serio e che richiedono un intervento tempestivo, per evitare che lo Yemen si possa trasformare in un nuovo Afghanistan. Per questo è importante che tutta la comunità internazionale capisca la pericolosità della situazione ed intervenga al più presto, sull'esempio - magari - di quello che sta facendo l'Italia. Nei giorni scorsi, infatti, la Farnesina ha comunicato la decisione del nostro paese di impegnarsi innanzitutto nell'aiutare il governo di Sana'a a recuperare il controllo del territorio, attraverso il finanziamento del sistema di radar per il monitoraggio delle coste da parte della nostra direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo, con un contributo di 20 milioni di euro, sempre nel pieno rispetto della «ownership» nazionale yemenita e regionale dei paesi dell'area. Un approccio apprezzato dall'ambasciatore dello Yemen a Roma, Shaya Zindani, che ha accolto anche la proposta del ministro degli Esteri, Franco Frattini, di creare un «Gruppo di amici dello Yemen», volto a coadiuvare «il processo di riforme e stabilizzazione all'interno dello Yemen» e a rafforzare la «sicurezza nella regione». Un aiuto concreto verso un paese che, come l'Iraq, l'Afghanistan ed il Pakistan, non può essere lasciato in balìa di Al Qaeda, perché la guerra al terrorismo va combattuta ovunque il virus dell'islamofascismo si annida, senza tentennamenti o indugi, nella consapevolezza che la guerra può essere vinta solo aiutando quella parte di musulmani che condividono i principi ed i valori della democrazia e della giustizia.
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