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Numero 462
del 11/02/2012
Il laicismo antistorico di Veronesi PDF Stampa E-mail
! di Aldo Vitale
vitale@ragionpolitica.it
  
mercoledì 10 febbraio 2010

«La religione è l'oppio dei popoli». La celeberrima, ma quanto mai obsoleta espressione di Karl Marx, che per decenni ha rappresentato la formula magica dei rituali ateistici ed antiecclesiastici del socialismo reale italiano e mondiale, sembra aver perduto, sotto il peso della storia, esattamente sotto il crollo del muro di Berlino che con sé ha sepolto i resti delle utopie totalitarie del XX secolo, la propria capacità di slancio nel trascinare i cuori delle masse per iniziarle al pensiero del materialismo storico. La storia, già da un ventennio, avrebbe dovuto ridestare il mondo dal sonno dogmatico del socialismo reale (e del germe ateistico che in esso trova un accogliente alveo), e di fatto così è stato, ma non per tutti.

Vi è qualcuno, infatti, che sembra ancora così profondamente assopito nel torpore ideologico, da apparire come un vero e proprio «sonnambulo della storia», cioè come colui che decide di ignorare pervicacemente la realtà storica e i mutamenti di quest'ultima, pur volendosi in essa aggirare con la medesima presunta disinvoltura di chi ambisse di correre bendato e al buio una gara ad ostacoli. Ad una simile tipologia potrebbero ascriversi coloro che dopo i disastri dell'Unione Sovietica, della Cina, di Cuba o della Cambogia comuniste sostenessero ancor oggi la validità del comunismo; coloro che dopo i genocidi del XX secolo, figli naturali dei regimi ateistici di destra e di sinistra, professassero la loro fede ateistica tentando perfino di porla a fondamento (grottesco) di una amorfa dimensione morale; coloro che, dopo le macabre esperienze maturate all'ombra del regime nazionalsocialista - ben prima di qualunque accanimento antisemita - contro i malati, i disabili, gli anziani, sostenessero qualunque forma di relativismo etico o l'esistenza di vite indegne di essere vissute. Tutti costoro hanno un così pessimo rapporto con il mero dato storico - senza considerare quello filosofico, etico o giuridico - quanto coloro che decidessero nel XXI secolo di fondare un movimento politico-militare in difesa di Cartagine contro le frenesie espansionistiche della Roma consolare.

Tra i «sonnambuli della storia» - ahinoi - si ritrovano anche molti volti illustri del mondo culturale italiano che, prescindendo dai propri eventuali meriti nei rispettivi campi di specifica competenza, sembrano sempre più spesso del tutto estranei alle più semplici risultanze storiche. Tra codesti intellettuali, una parte di rilievo è recitata da Umberto Veronesi che, sebbene sia senza alcun dubbio stimabile come medico, è del tutto biasimabile come storico. Il noto oncologo, infatti, lo scorso 4 febbraio, ha rilasciato una intervista in cui ha affrontato i rapporti tra fede e ragione, nella specificità di quelli che coinvolgono scienza e religione. Secondo Veronesi la religione impedisce di ragionare, mentre solo la scienza può ricercare la verità in quanto pone sempre tutto in dubbio. La problematica senz'altro affascinante è davvero articolata, ma delle osservazioni critiche possono essere mosse contro questa visione piuttosto ingenua e semplicistica.

In primo luogo: sostenere una sorta di manicheismo epistemologico che vede contrapporsi, fino allo scontro mortale, la religione e la scienza significa non aver compreso né la natura di una simile logica manicheistica e delle sue conseguenze, né il significato dell'epistemologia, né l'essenza della religione, né tanto meno quella della scienza. Questa specie di manicheismo si pone in un'ottica di aut-aut, che mette gli enti in contrasto tra loro; questa è la logica che non è connaturata all'esistenza umana, la quale, invece, per natura è coesistenza - e spesso perfino sintesi - degli opposti: è il giorno e la notte, l'uomo e la donna, il corpo e l'anima, la menzogna e la verità, l'omicidio e il sacrificio, il terreno e l'ultraterreno, me e chi è come me, me e chi è diverso da me. Se si accettasse soltanto la logica dell'aut-aut, invece di quella dell'et-et, la conseguenza non potrebbe che essere quella del conflitto, in cui il più forte domina, ed il più debole soccombe.

Per il resto sembra quanto meno paradossale questa competizione epistemologica che molti, come Veronesi, si ostinano a sostenere, in quanto già sul piano strettamente etimologico si evince il contrario, essendo la radice di epistemologia (che letteralmente significa «discorso sulla conoscenza») episteme, cioè conoscenza; episteme, infatti, condivide nel proprio intimo il concetto stesso di fede, avendo nella propria radice la medesima di pistis, che per l'appunto significa fede. L'antica saggezza greca, evidentemente, era ben consapevole che la fede è una forma di conoscenza, di ciò che non è materiale, e che la conoscenza implica, in un certo senso, una dimensione di fede; si pensi, per esemplificare quest'ultima affermazione, alla circostanza che tutti conoscono l'esistenza dei buchi neri, ma nessuno ne ha mai toccato uno, a testimonianza che non tutta la conoscenza si può basare sulla mera empiricità, e che la stessa scienza necessita di una condizione di fiducia ad essa presupposta, non fosse altro che per rendersi accessibile all'uomo comune, al quivis de populo. Del resto, si vive immersi nell'universo pur senza essere in grado di entrare in contatto fisico con esso, ma solo con una parte; simbolismo naturale di stampo socratico, si potrebbe osare, che indica quanto la verità possa essere conosciuta, ma non totalmente posseduta: labile confine tra il nichilismo e la verità, o, per utilizzare la brillante formula di Luigi Pareyson, sottile perimetro che separa il misticismo dell'ineffabile da un lato e l'ontologia dell'inesauribile dall'altro.

Brevemente sull'essenza della scienza e della religione. La scienza, soprattutto quella delineatasi dal periodo positivista in poi, cioè a grandi linee dal XIX secolo, disancorata dalla sua origine filosofica e teologica, ha finito per specializzarsi sempre più, fino a diventare la risposta ad un'unica domanda, cioè il «come» delle cose. Come funziona il sole? Come si verifica una combustione? Come evapora l'acqua? Come guarisce il corpo umano? Come nasce una stella? La religione, invece, rappresenta la risposta ad una domanda del tutto diversa, cioè il «perché». Infatti, se anche avessimo tutte le risposte sull'universo, cominciando da come esso sia nato - fino ad ora sono solo ipotesi più o meno sostenute da qualche sparuto e sempre ricorretto dato osservativo - non ci si potrebbe esimere dal chiedersi il perché esso esista, cioè perché c'è questa vita, questo essere, questo albero, questo mio vicino di casa al posto del nulla. Qui la scienza non può che arrestarsi, subentrando la religione. Le due, quindi, possono coesistere, anzi, in un'ottica veramente aperta ed intelligente, devono coesistere, in quanto sono risposte diverse a domande diverse. Come la madre che dapprima chiedesse al figlio «perché esci?» («Per andare a scuola»), per chiedere poi «come?» («Con l'autobus»).

In secondo luogo: la religione, storicamente, non solo non è stata un ostacolo - diversamente da quanto sostiene Veronesi - ma addirittura ha rappresentato spesso la musa ispiratrice dei più fervidi geni dell'umanità. Nell'ambito umanistico sia sufficiente ricordare Dante, Jacopone da Todi, Manzoni, Michelangelo, Raffaello, Beato Angelico, Vivaldi, Mozart. Nell'ambito scientifico non si è da meno, del resto: il teatino Padre Giuseppe Piazzi (lo scopritore del primo asteroide, Cerere), il sacerdote cattolico Pierre Gassendi (che per primo osservò e spiegò il fenomeno delle aurore polari), il genetista cattolico Jerome Lejeune (scopritore dei motivi genetici della sindrome di Down), il matematico Ennio de Giorgi (uno dei padri della matematica italiana del XX secolo), il cattolico Enrico Medi (uno dei padri della fisica italiana del XX secolo), il gesuita Angelo Secchi (primo fondatore della spettroscopia astronomica), e anche nomi più altisonanti come Max Planck, Copernico, Keplero, e lo stesso Galileo Galilei.

Ritenere dunque che i credenti siano afflitti da una sorta di menomazione mentale significa non avere contezza del dato filosofico e storico. Del resto, forse è per questo che Veronesi è un oncologo e non uno storico. Peccato, dunque, che Veronesi e quanti come lui conoscano a menadito i meandri più reconditi (il «come») del corpo umano, ingabbiati in un pregiudizio materialistico ed in una ideologia empiristica, ignorino del tutto le profondità vertiginose (il «perché») dello spirito umano.

Sembra allora doversi concludere con le parole di una delle più grandi menti della letteratura europea, Francois Renè de Chateaubriand, che, nel suo Il genio del cristianesimo, ebbe laconicamente e magistralmente a precisare una incontestabile verità: «Senza religione si può avere intelligenza, ma è difficile avere genialità».




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