Negli ultimi giorni le paure e le previsioni degli analisti economici si sono concentrate sul grande malato d'Europa: la Spagna di Josè Luis Rodriguez Zapatero. Nelle più alte istituzioni finanziarie europee e mondiali risulta evidente che la situazione economica di Madrid è preoccupante, e lo è ancor di più alla luce delle difficoltà che incontrano altri paesi europei, come Grecia, Portogallo ed Irlanda. L'Unione europea ha un programma di intervento deciso per aiutare questi tre paesi ad uscire dalla crisi economica; se con l'Irlanda si parte da una maggiore possibiltà di tagli alla spesa pubblica, dato l'alto tenore di vita della popolazione irlandese, anche con Grecia e Portogallo è possibile l'intervento di Bruxelles, sebbene i fondamentali dei conti pubblici di Lisbona e soprattutto Atene siano critici e con più ridotti margini di intervento. Questo è possibile in considerazione del basso peso specifico che Grecia e Portogallo occupano nel contesto dell'Unione Europea, con una popolazione che in entrambi i casi supera di poco i 10 milioni di abitanti. Ciò che invece differenzia la Spagna da questi tre Stati è il ruolo stesso che Madrid riveste negli equilibri politici, economici e finanziari del Vecchio Continente.
La Spagna è per popolazione e Pil il quinto Stato dell'Unione Europea, e sono proprio le sue dimensioni a impedire una incisiva azione di salvataggio da parte di Bruxelles. L'unica via di uscita per la Spagna consiste nel risolvere in maniera perlopiù autonoma le problematiche che hanno portato a questo scenario recessivo, al quale si è giunti sostanzialmente per tre motivi. Il primo è stato la mancanza di una forte coesione a livello governativo; le elezioni politiche del 2008 hanno sì visto la riconferma di Zapatero alla guida del paese, ma in una posizione diversa rispetto al trionfo del 2004. Infatti, il Partito socialista del primo ministro ha dovuto cercare una alleanza tecnica in parlamento con i partiti regionalisti della Galizia e della Catalogna per avere la maggioranza assoluta nei confronti del Partito popolare. Se a livello meramente numerico ciò ha garantito l'approvazione delle attività parlamentari, nei fatti il pegno pagato da Zapatero è stato quello di un aumento della spesa pubblica per assicurarsi il sostegno dei partiti locali, desiderosi di assicurarsi i lauti finanziamenti del governo centrale nei loro territori, tralasciando l'interesse generale del paese; questa sequenza di errori continua ancora oggi poiché invece di cercare una risoluzione comune della crisi con il Partito popolare (che alle elezioni europee del 2009 ha superato i socialisti di tre punti, diventando la forza di maggioranza relativa nel paese), Zapatero prospetta una uscita dalla recessione tramite politiche di sinistra, con scenari poco percorribili.
Il secondo punto è l'evoluzione economica che ha avuto la Spagna negli ultimi cinque anni: se fino al 2004/2005, gli investimenti interni ed esteri si concentravano sia sullo sviluppo industriale sia su quello turistico, successivamente l'economia spagnola ha virato verso una esclusiva valorizzazione del binomio tra turismo ed edilizia. Fenomeni come i 500 mila inglesi compratori di case in Spagna hanno determinato uno sviluppo economico totalmente incentrato sulle attività terziarie. Questo modello è oggi il motivo principale della debolezza economica spagnola; l'assenza di sviluppo industriale soprattutto a livello di piccole e medie imprese è l'ostacolo che impedisce alla Spagna una ripartenza rapida dell'economia. Se in Italia il tessuto imprenditoriale delle partite Iva nel centro-nord, prima ritenuto emblema di un modello socio-economico statico ed arretrato, ha invece contenuto gli effetti della crisi, dando solidità e fiducia alle imprese ed ai consumatori, la pop- economy spagnola si è rivelata come una bolla che è esplosa in tutta la sua debolezza intrinseca. Una debolezza che gli effimeri successi dell'economia spagnola avevano tentato di nascondere ma che appariva chiara consultando i fondamenali dell'economia reale del paese, ad esempio con un tasso di disoccupazione mai sceso sotto il 10%. Oggi, con una percentuale di disoccupati pari a 1 /5 della forza lavoro, con un 40% di giovani senza impiego, è evidente che la ricetta per far ripartire l'economia non può basarsi su un rilancio dei consumi, ma deve puntare sulla creazione di occupazione stabile, con un inevitabile peggioramento dei conti pubblici.
Il terzo punto che spiega la recessione in Spagna è dato dalla eccessiva «finanziarizzazione» del paese, cioè la prevalenza della attività di tipo finanziario su quelle dell'economia reale: la politica di ampiliamento da parte dei principali istituti di credito spagnoli, con l'acquisizione di importanti banche estere (soprattuto nell'America Latina) ha determinato l'aumento del peso della Spagna nel contesto finanziario globale, tuttavia con l'effetto di «drogare» di finanza l'economia reale, ad esempio con la concessione di mutui anche a chi non aveva garanzie solide. Ciò ha avuto come conseguenza uno sviluppo che si è rivelato tanto rapido e imponente quanto effimero e volatile. Per uscire dalla crisi, oggi occorre che la Spagna si concentri sullo sviluppo di economia ed industria, piuttosto che di finanza e turismo. Il mito dell'Hispania felix si è rivelato essere una tigre di carta.
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