Domenica 7 febbraio si è celebrata la 32° Giornata Nazionale per la vita, sul tema: «La forza della vita, una sfida nella povertà». E' stata un'occasione per riflettere sul più grande fra i doni che ognuno di noi ha ricevuto e su ciò che lo insidia, sulla povertà e la fragilità in tutte le sue forme.
Mai come in questi ultimi anni il tema della vita è stato al centro del dibattito politico ed ha quindi trovato ampio spazio sui media; ogni cittadino è stato stimolato a chiedersi qualcosa di più sulla preziosità della vita e sulla centralità della persona umana. Un tempo né i giudici né i politici si occupavano di questioni così «personali» relative alla vita, ma in questi tempi, in cui dominano il relativismo ed una certa assenza di valori, è richiesta, anche a queste persone, un'importantissima funzione educativa e addirittura di difesa dell'uomo e del suo futuro.
La politica è chiamata ad occuparsi della persona, in tutte le fasi della vita: nel concepimento, nella fase dell'infanzia e dell'adolescenza, durante la giovinezza e nell'età adulta, fino al tramonto naturale. Il tema della vita porta quindi inevitabilmente ad affrontare la questione della dignità della persona umana, nella sua dimensione spirituale e materiale. Coloro che hanno incarichi di responsabilità nella comunità civile hanno l'alto compito di mettere in atto politiche che consentano ad ogni persona di vivere in modo dignitoso, con la consapevolezza che la vita è sempre degna di essere vissuta anche nelle situazioni più difficili.
Per raggiungere quello «sviluppo umano integrale», di cui in ripetute occasioni ha parlato Papa Benedetto XVI, è necessario occuparsi del benessere economico, materiale, culturale e spirituale dell'uomo, facendo tutto il possibile per garantire ad ogni persona un lavoro, un'istruzione, la possibilità di creare una famiglia, di ricevere cure mediche, di sentirsi amato e dando anche gli strumenti e le opportunità per una crescita morale e spirituale. Il Consiglio Episcopale Permanente, nel Messaggio per la 32° Giornata Nazionale per la vita, così afferma: «Il benessere economico, però, non è un fine ma un mezzo, il cui valore è determinato dall'uso che se ne fa: è a servizio della vita, ma non è la vita».
Tutelare la vita significa tutelare il diritto di un bambino a nascere e, allo stesso tempo, aiutare la madre di questo bambino, che può trovarsi in condizioni psicologiche, culturali e materiali tali da farle desiderare di non avere quel figlio.
Tutelare la vita significa tutelare il diritto di chi vuole uscire dalla povertà e dalla precarietà, di chi ha bisogno di assistenza e vicinanza nella malattia e nell'anzianità, di chi vuole un lavoro non solo per sfamare la propria famiglia ma anche per poter mettere i suoi talenti a servizio della società; servire la vita significa anche servire il diritto di quei giovani che non chiedono altro se non avere la possibilità di prendersi le proprie responsabilità e crescere.
Custodire la vita significa tutelare il diritto di chi vuole vivere, nonostante la malattia; la malattia non deve togliere il diritto di vivere e non può generare neanche un falso diritto: quello di morire. Nessuno, infatti, è padrone fino in fondo della propria vita. Il malato lasciato solo, non capito, non aiutato potrebbe desiderare la morte, per non recare più disturbo; il malato accudito e amato fino all'estremo sacrificio, tiene stretta la mano dei suoi cari fino all'ultimo respiro.
Non si può tacere sul fatto che la visione prevalente di una larga parte del centrosinistra è quella di interpretare la dignità dell'uomo come concentrata solo sul «percorso di vita» (ecco quindi il tema, assolutamente condiviso da ogni parte politica, della solidarietà e del lavoro), tralasciando e spesso contestando fortemente la dignità dell'uomo nella difesa della vita che deve nascere e nella difesa della vita che non deve essere portata alla morte. E' noto come, in tempi recenti, questa posizione abbia messo giustamente in crisi la coscienza cattolica di non pochi politici appartenenti all'area del centrosinistra. La politica non può scegliere tra la promozione della solidarietà e del lavoro da una parte e la difesa della vita nel suo principio e nella sua fine dall'altra. Lo sviluppo dell'uomo è integrale e la dignità dell'uomo deve essere intesa nella sua globalità. Qual è il rischio? Diceva Madre Teresa, con parole molto severe ma piene di verità: «Il più grande distruttore di pace nel mondo è l'aborto. Se una madre può uccidere il proprio figlio nella culla del suo grembo, chi potrà fermare me e te dall'ucciderci reciprocamente?».
E' chiaro e severo anche l'appello del Papa, nel contesto delle politiche di sviluppo e nei confronti di quei Paesi che attuano politiche di controllo demografico della popolazione: «Rispondere alle esigenze morali più profonde della persona ha anche importanti e benefiche ricadute sul piano economico» (Caritas in veritate, n. 45), in quanto «l'apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica» (n. 44).
Le parole e l'operato di questi maestri non possono ricevere il consenso solo finché si parla di temi condivisi come la solidarietà e la lotta alla povertà: devono anche riportare al valore del principio e della fine della vita stessa, contro quella cultura di morte che viene pericolosamente promossa da una scienza, una tecnologia e anche una politica prive dei limiti di una seria riflessione etica, in nome di una falsa libertà. Amare la vita degli altri, di tutti, è amare noi stessi e una politica a servizio della persona non può che essere una politica di promozione e tutela della vita, nella sua interezza.
Condividi questo articolo      
|