La decisione del colonnello Gheddafi di chiudere le frontiere della Libia ai cittadini dell'area Schengen (comprendente gli stati europei che hanno aderito all'accordo in vigore dal 1995 sulla libera circolazione di persone) coinvolge l'Europa in uno scontro tra la Svizzera e la famiglia Gheddafi iniziato nel 2008. Il 15 luglio di quell'anno Hannibal, un figlio del colonnello, fu arrestato insieme alla moglie Aline con l'accusa di aver più volte picchiato due dipendenti dell'albergo di Ginevra in cui soggiornavano. Due giorni dopo la coppia veniva rilasciata dopo aver pagato una cauzione di 300.000 euro.
Indispettito, il leader libico reagiva immediatamente con una serie di misure di ritorsione contro imprese e cittadini svizzeri. I primi a farne le spese furono due svizzeri arrestati a Tripoli pochi giorni dopo e accusati di soggiorno illegale e violazione delle leggi sul commercio: Rachid Hamdani e Max Goldi hanno dovuto attendere 20 mesi la sentenza con cui il primo è stato assolto, mentre il secondo proprio in questi giorni è stato giudicato colpevole e condannato a quattro mesi di reclusione e a una cospicua sanzione monetaria.
Il colonnello libico tra il 2008 e il 2009 ha poi tra l'altro ordinato una temporanea sospensione dei rifornimenti di petrolio alla Svizzera, il ritiro dalle banche elvetiche di depositi, a quanto pare per cinque miliardi di euro, e una riduzione dei voli aerei tra Libia e Svizzera. Lo stato svizzero, da parte sua, pur tentando soluzioni diplomatiche, ha sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Libia e ha adottato delle restrizioni nella concessione di visti a cittadini libici culminate nella compilazione di una lista di persone, in tutto 188, alle quali è vietato l'ingresso in territorio elvetico: lista che include Muhammar Gheddafi stesso.
Come si è detto, la risposta del colonnello è arrivata il 15 febbraio con la decisione di chiudere il proprio paese ai cittadini Schengen. L'Unione Europea ha definito sproporzionata e unilaterale la sua mossa. D'altra parte suscita perplessità anche l'opportunità della «black list» svizzera che equipara a persone pericolose per la sicurezza nazionale il presidente libico e altre cariche politiche, per di più proprio mentre Tripoli detiene la presidenza della Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo ha ricordato il Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, che ha proposto e ottenuto di discutere della vicenda al prossimo Consiglio dei Ministri degli esteri europei in programma a Bruxelles il 22 febbraio. Nel frattempo il Ministro Frattini si è subito attivato per una mediazione ricevendo il 17 febbraio il collega libico Moussa Kousa e quello maltese Tonio Borg a Roma, a Villa Madama. Al termine dell'incontro Italia e Malta hanno rivolto un appello alla Svizzera affinché - come si legge nel comunicato della Farnesina - «acceleri la negoziazione per un accordo con la Libia e abolisca la lista dei nomi inseriti nel sistema informativo di Schengen diffusa nei giorni scorsi». Al colonnello Gheddafi l'Italia ha inoltre rivolto l'invito a sospendere il blocco dei visti Schengen in considerazione degli sforzi in atto per superare l'impasse.
Si spera dunque in una rapida soluzione dell'incidente. Va messo in conto tuttavia che il colonnello non è in uno stato d'animo dei migliori in questo periodo avendo appena dovuto incassare - e lo ha fatto mostrando vistosi segni di disappunto - un'inaspettata sconfitta in sede di Unione Africana, organismo di cui ha detenuto la presidenza di turno nel 2009. Al XIV vertice UA, l'incontro semestrale dei capi di stato e di governo africani conclusosi il 2 febbraio ad Addis Abeba, aveva infatti chiesto ai 53 stati membri di rinnovargli per un secondo anno il mandato, ma la proposta è stata respinta: in base alla regola di rotazione annuale e regionale dell'incarico, la presidenza 2010 spettava a un paese dell'Africa australe ed è stata affidata al capo del Malawi, Bingu wa Mutharika.
In attesa dei prossimi sviluppi, merita rilevare che il colonnello Gheddafi sta offrendo in questi giorni una esemplare dimostrazione di come il potere politico viene inteso a certe latitudini. È evidente infatti che considera la Libia non solo sua patria, ma sua proprietà personale e ha deciso il blocco dei visti come un padrone di casa chiuderebbe la porta a ospiti maleducati e infidi: non in ragione di un interesse nazionale per qualche motivo minacciato - che, anzi, il suo gesto può avere solo ripercussioni negative sull'economia libica, a incominciare dall'industria turistica - ma per l'offesa inflitta a un figlio (effettivamente violento che, per inciso, a fine dicembre ha evitato solo grazie all'immunità diplomatica un nuovo arresto, questa volta a Londra, per aver picchiato la moglie).
Altri leader, come è noto, si regolano allo stesso modo, disponendo a discrezione del territorio nazionale, delle sue ricchezze e dei suoi abitanti: siano essi dittatori che mai si sono sottoposti al giudizio del voto popolare o premier e capi di stato eletti. Alle Nazioni Unite ancora ricordano lo sbigottimento quando nel 2003, alla richiesta rivolta ai leader della Repubblica Democratica del Congo di smettere di saccheggiare le ricchezze minerarie del loro paese, i suddetti leader, per una volta tanto uniti e concordi, risposero: «I congolesi possono fare ciò che vogliono del loro paese e poiché le risorse appartengono a loro non si può parlare di saccheggio».
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