Non poco scalpore, lo scorso settembre, accompagnò la notizia relativa al mancato incontro tra il Dalai Lama e il presidente americano Barack Obama. Per la prima volta dal lontano 1990, il leader spirituale tibetano, in visita negli Stati Uniti, non fu ricevuto dall'inquilino della Casa Bianca. Un gesto criticato da molti, specialmente da esponenti del Partito Repubblicano, e interpretato dai più come una mossa politica dettata unicamente da valutazioni strategiche, non a caso giustificata da fonti interne all'amministrazione come una scelta volta a non irritare la Cina, al fine di instaurare tra i due paesi un dialogo sul nucleare iraniano. Un classico esempio di opportunismo politico, a detta dei più, che mal si coniugava con l'immagine del leader politico della «speranza» e del «cambiamento», specialmente se paragonato a quanto fatto dal predecessore George W. Bush, il quale, nel 2007, fu il primo presidente Usa a incontrare il Dalai Lama in pubblico, con cerimonia ufficiale.
A qualche mese di distanza, Barack Obama ha deciso di correre ai ripari. E, per mettere a tacere coloro che lo accusavano di «acquiescenza» o di privilegiare la realpolitik rispetto alle battaglie per i diritti umani, ha ricevuto il leader tibetano in esilio. Nella giornata di martedì, nonostante le forti pressioni esercitate dal governo cinese, il presidente americano ha accolto il Dalai Lama per un incontro dal profilo molto basso, non accompagnato da fotografi o giornalisti. Un meeting privato della durata di oltre un'ora, nella quale i due premi Nobel per la pace hanno discusso di democrazia, di diritti umani e della necessità di preservare l'identità religiosa e la cultura del Tibet, argomenti ovviamente assai sgraditi a Pechino. Attraverso un comunicato stampa successivo all'incontro, la Casa Bianca ha reso noto che il presidente Obama ha espresso il proprio sostegno per la conservazione della «unica identità religiosa, culturale e linguistica del Tibet» e per la «protezione dei diritti umani dei tibetani nella Repubblica Popolare cinese». Il Dalai Lama, intervistato da alcuni reporter presenti alla Casa Bianca, ha definito «un grande onore» l'aver conosciuto Obama, aggiungendo di essere «molto felice» delle sue parole.
L'incontro, che fa emergere un cambio di impostazione rispetto allo scorso settembre, è visto da molti osservatori come l'ennesima conferma di una politica statunitense più audace e muscolare nei confronti della Cina, dopo un anno in cui Pechino si è dimostrata poco disponibile a dare il via ad un concreto dialogo con Washington. In quest'ottica, la visita del Dalai Lama (seppur tenuta lontana dai riflettori), segue di poco l'annuncio relativo alla vendita di 6 miliardi di dollari di armamenti americani a Taiwan. Due gesti che, a breve distanza l'uno dall'altro, hanno fatto infuriare i vertici governativi cinesi, i quali nelle ultime ore hanno convocato d'urgenza l'ambasciatore americano, dicendosi «fortemente insoddisfatti» dal faccia a faccia tra i due leader e chiedendo alla Casa Bianca di fare pubblicamente ammenda.
I rapporti sino-americani, storicamente difficili, sembrano quindi destinati a complicarsi ulteriormente. Lo scorso venerdì la Cina, per voce del ministro degli Esteri Ma Zhaoxu, ha accusato Obama di «danneggiare seriamente» i legami tra i due paesi. A poco è servita la grande cautela che ha accompagnato la visita del Dalai Lama, unitamente all'ordine della Casa Bianca di non rendere pubblico l'incontro, scelte che confermavano il desiderio del presidente americano di non voler irritare troppo la Cina, ancora alla ricerca di un equilibrio e di una soluzione di compromesso tra tutela dei diritti umani e realpolitik. Tuttavia, la gestione del meeting da parte dell'amministrazione, per alcuni legata ad un eccessivo pragmatismo, ha deluso molti. Oltre alle già citate reazioni cinesi, parte dell'opinione pubblica americana ha notato una certa difficoltà, da parte di Obama, a mantenere l'alto profilo morale da lui promesso in campagna elettorale, su un tema fondamentale come quello dei diritti umani. Dana Rohrabacher, deputata repubblicana della California a capo del gruppo congressuale per il Tibet, ha definito «una ostentazione senza importanza» la decisione di Obama, non adeguatamente accompagnata da un cambio di politica: «Un incontro con il Dalai Lama affiancato da alcune scelte politiche a favore della libertà e dei diritti umani sarebbe alquanto significativo», ha dichiarato, «mentre l'incontro non è che un modo per mascherare la sua politica».
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