Il regista Jafar Panahi è stato arrestato lunedì sera a Teheran. La notizia, data da siti e blog dell'opposizione, è stata ufficialmente confermata martedì dal procuratore della capitale, Abbas Jafari Dolatabadi. Si tratta di un notevole «salto di qualità» nella repressione iraniana.
L'ondata di incarcerazioni si è intensificata dopo l'inizio delle manifestazioni contro il presidente Ahmadinejad a giugno, a cui è seguita l'Onda Verde, la rivoluzione pacifica che mira a trasformare in senso democratico il regime iraniano. Il movimento politico rivoluzionario dura tuttora, nonostante le minacce e la durezza di polizia e milizie islamiche. I dissidenti si danno appuntamento ad ogni ricorrenza ufficiale della Repubblica islamica. Non ha per questo bisogno di un coordinamento centrale, ma sta assumendo le forme di un'organizzazione spontanea. Il regime ha paura e ha iniziato, il mese scorso, a spiccare le prime condanne a morte nei confronti degli oppositori arrestati in estate. Incarcerando Jafar Panahi, un regista noto anche all'estero e insignito del Leone d'Oro al festival di Venezia del 2000 per il film Il Cerchio (una pellicola dedicata alla condizione della donna iraniana) il regime ha compiuto il primo arresto «eccellente» della stagione. Finora, infatti, le autorità di Teheran avevano perseguitato oppositori «qualunque», studenti, politici e lavoratori non famosi, o noti solo all'interno dei confini della Repubblica islamica.
Nessuno si sentiva comunque al sicuro, considerando che Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace, da mesi vive all'estero. E che anche altri registi famosi, quali Mohsen Makhmalbaf e Bahman Ghobadi, hanno scelto un esilio volontario nel timore di essere perseguitati. Ma l'arresto in Iran di un intellettuale conosciuto e stimato in tutto il mondo ha colto di sorpresa tutti, iraniani e occidentali.
L'azione delle forze di sicurezza iraniane, per come è stata svolta, non poteva passare inosservata. Il figlio di Panahi, Panah, ha detto che uomini delle forze di sicurezza in borghese hanno fatto irruzione nella sua casa, mentre era in corso un ritrovo di amici e colleghi. Assieme al regista sono state portate via la moglie, la figlia e altre 15 persone. Fra queste risulta anche il regista Mohammad Rasoulof, 36 anni, che aveva denunciato la censura nella Repubblica islamica partecipando in luglio a Roma al Film Festival Senza Frontiere e in settembre al Festival di San Sebastian. Dopo la retata, gli agenti hanno perquisito l'abitazione per cinque ore e hanno sequestrato diverso materiale, tra cui il computer di Panahi.
Anche se il procuratore di Teheran nega che si tratti di un arresto politico, Panahi era già nel mirino della polizia, che lo aveva fermato (per poche ore) a luglio assieme alla moglie Tahereh Saidi e alla figlia Solmaz, mentre prendeva parte ad una commemorazione per Neda Aqa-Soltan, la manifestante uccisa diventata un'icona del movimento di protesta. Al regista era stato imposto il divieto di espatrio e il mese scorso non ha potuto presenziare al Festival di Berlino, dove era invitato. Prima ancora dell'inizio dell'Onda Verde, la censura di regime si era abbattuta sui suoi film. Il Cerchio, premiato a Venezia, e Offside, Orso d'argento a Berlino nel 2006, non sono nemmeno mai stati proiettati nei cinema iraniani.
Sicuramente un arresto «eccellente» è un passo falso. E le ripercussioni internazionali sono state immediate. L'episodio, ha detto tra gli altri il ministro dei Beni Culturali italiano, Sandro Bondi, «conferma che il regime iraniano ha imboccato la strada della repressione più brutale. Di questo passo - ha aggiunto Bondi - la collaborazione in atto sul piano culturale è destinata a interrompersi se non vi sarà da parte del governo iraniano una immediata inversione di rotta, a partire dalla liberazione di Panahi». Da parte sua, il portavoce del ministero degli Esteri francese, Bernard Valero, ha detto che Parigi condanna «la persecuzione degli oppositori iraniani e della società civile» e ha chiesto alle autorità di Teheran di «liberare tutti i prigionieri politici».
Probabilmente il regime iraniano userà l'intervento dei governi occidentali per denunciare, come al solito, le «interferenze straniere» e taccerà i suoi oppositori di essere al servizio del nemico. Ma la pressione delle democrazie a sostegno del dissenso, storicamente, non è mai stata inutile, né controproducente. Cause come quella del movimento anti-Apartheid in Sud Africa o di Solidarnosc in Polonia, hanno vinto contro regimi tirannici e ben armati solo perché sostenute dall'opinione pubblica internazionale. Non è affatto vero che il potere di un regime è illimitato quando viene esercitato all'interno dei suoi confini. Non esistendo uno stato di autarchia assoluta, qualsiasi governo deve rendere conto delle sue azioni (comprese quelle commesse contro i propri cittadini) per poter mantenere intatta una rete di scambi e sostegno diplomatico. L'Iran ha bisogno del commercio con l'Occidente, anche solo per avere carburante. L'esempio di Teheran dimostra quanto sia forte la nostra influenza: la repressione è più forte quando l'opinione pubblica occidentale è distratta. Le impiccagioni e le incarcerazioni aumentano quando i media si occupano di altre zone del mondo, o quando pensano all'Iran solo in termini di minaccia nucleare. Non ci sono grandi ondate di arresti, né di esecuzioni, invece, quando le vie e le piazze della capitale iraniana sono sotto la lente di ingrandimento delle democrazie occidentali.
Dunque, più aumenta la nostra pressione, più ci sarà la speranza in un cambio di regime. Non è necessario un confronto armato: in Polonia e in Sud Africa le rivoluzioni sono state nonviolente e addirittura consensuali, culminando in un dialogo fra governo e movimenti dissidenti.
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