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Numero 475
del 15/05/2012
Ammesso il ricorso del governo contro la sentenza anti-crocifisso PDF Stampa E-mail
! di Aldo Vitale
vitale@ragionpolitica.it
  
mercoledì 03 marzo 2010

A seguito della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo dello scorso 3 novembre, che condannava l'Italia al pagamento di poche migliaia di euro di risarcimento per i danni morali causati dall'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche frequentate nel passato dai figli della ricorrente, signora Soile Lautsi, è stato presentato dal governo un ricorso alla Gran Camera, cioè l'assemblea di giudici di seconda istanza del sistema CEDU. Il 2 marzo il ricorso è stato ritenuto ammissibile e sarà discusso nei mesi successivi, con la speranza di veder conclusa definitivamente una battaglia ideologica anti-religiosa ed anti-clericale combattuta a tutti i livelli da certe piccole, ma influenti lobbies.

L'occasione è propizia per svolgere alcune considerazioni, partendo proprio dai punti fondamentali del ricorso del governo italiano. In primo luogo si avverte l'esigenza di sfatare ciò che si cela nel silenzio dei pochi consapevoli, nella reticenza dei molti sospettosi, nell'ignoranza di tutti gli inconsapevoli: il caso del crocifisso non riguarda in nessun modo e per nessun motivo la libertà religiosa. Non si tratta, infatti, di un soggetto che ha richiesto la rimozione del crocifisso perché aderente ad un'altra religione, per esempio all'islam, ma di una persona che non professa alcuna religione. Non è dunque la religione, il sentimento del sacro ad inspirare queste battaglie, ma l'ateismo. Uno spirito religioso, infatti, per quanto diversa possa essere la propria religione, guarderebbe sempre con diffidenza all'ipotesi di dichiarare una guerra senza quartiere ai simboli religiosi altrui.

A questo punto, però, si rende necessario un approfondimento in merito. Non vi è nulla di male nel fatto che vi siano persone atee, ma bisogna comprendere dinanzi a quale tipo di ateismo ci si trova ora. Non si tratta più, infatti, dell'ateismo teoretico e riflessivo di Nietzsche, Stirner, Feuerbach, in parte Marx, o l'Ivan Karamazov di Dostoevskij, ma si è davanti ad un ateismo che per certi aspetti ha perso i suoi tratti di maturità ed è regredito ad uno stato infantile nello stesso istante in cui è diventato militante, prasseologico, attivo. Da ateismo negativo, cioè fondato su un rifiuto di Dio e dell'idea di Dio, si è, con il tempo, sfociati (stranamente soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino) in un ateismo positivo, cioè una lotta contro tutto ciò che si riferisce a Dio. L'ateismo, quindi, è imploso in una sua variante più ingenua, cioè in anti-teismo. Dunque, mentre per l'ateo autentico, dottrinale, il crocifisso non dovrebbe rappresentare un problema, per l'anti-teista esso rappresenta il problema, sebbene mascherato sotto una pretesa di libertà di coscienza.

Tralasciando l'articolatissima questione per cui la libertà di coscienza è ontologicamente legata alla fede (in proposito si ricordino le parole del filosofo russo Nikolaj Berdjaev, secondo cui per lottare per la libertà di coscienza occorre possedere un senso metafisico della libertà che solo la coscienza religiosa può avere), si può facilmente notare che l'ateismo odierno si costituisce e s'impone come una vera e propria fede, sempre più organizzata come una chiesa, con ministri, riti, azioni di proselitismo, dogmi (come quello della infallibilità della scienza). Per comprendere meglio in che senso l'ateismo di oggi è divenuto una fede, si ricordino le parole del filosofo Vittorio Mathieu: «Al fondo dell'ateismo attuale c'è proprio il senso dell'avvento di un nuovo Dio in terra. Di un Dio che non c'è ancora, o, meglio, che non c'è ancora esplicitamente, ma che si aspetta, e la cui venuta bisogna preparare. Questo Dio può essere chiamato in tanti modi, ma oggi ha un nome soprattutto: la scienza».

Tuttavia, l'aspetto probabilmente più paradossale dell'intera vicenda si consuma proprio sul piano giuridico. Se si prende in considerazione il tipo di tutela che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e, negli ultimi recentissimi tempi, anche la Corte Costituzionale italiana hanno accordato alla posizione degli atei, si scopre che essi, anche sul piano formale, sono stati equiparati ai credenti. In ciò si cristallizza tutta l'assurdità dell'anti-teismo contemporaneo, cioè nella pretesa di combattere la religione, divenendo esso stesso una fede, tanto che sul piano della tutela giurisdizionale la posizione dell'ateo è stata totalmente e paradossalmente paragonata a quella del credente per ciò che riguarda la libertà di coscienza. I motivi sostanziali che impongono una assoluta differenziazione tra credenti e non credenti e le rispettive tutele richiederebbero una trattazione a sé stante, per cui è meglio in questa sede soffermarsi solo alla predetta rapida ricognizione. L'ateismo, dunque, sia sostanzialmente, cioè nelle sue pretese, nei suoi scopi e nel modus operandi, sia formalmente, cioè come le stesse Corti riconoscono, ha assunto la fisionomia messianica tipica di una religione, mostrandosi in ciò del tutto in contraddizione con se stesso e con la stessa ragione su cui si presume fondato.

In secondo luogo, una breve riflessione sembra opportuna su un corretto punto del ricorso presentato dal governo, in merito alla laicità. Il documento governativo puntualizza, infatti, quanto siano diverse le normative che regolano i rapporti tra la religione e lo Stato nei paesi europei; addirittura, dalla mappa velocemente delineata appare quanto sia laica la situazione italiana (che si inserisce in un contesto culturale cattolico), rispetto ad altre molto meno laiche e decisamente più promiscue (che si inseriscono in un contesto non cattolico); così si nota, infatti, nel ricorso: «Il principio di uguaglianza in materia di libertà di coscienza e di religione varia nelle Costituzioni di alcuni paesi, secondo le seguenti direttrici: a) per la Costituzione greca "la religione prevalente in Grecia è quella della Chiesa ortodossa"(art. 3 al. 1 comma 1); b) ai sensi dell'articolo 4 della Costituzione danese, "la Chiesa evangelica luterana è la Chiesa nazionale danese che è, come tale, a sostegno dello Stato"; c) in Norvegia "la religione evangelico-luterana rimane la religione ufficiale dello Stato" (art. 2, par. 2 della Costituzione norvegese); d) per il Regno Unito capo dello Stato e capo della Chiesa "sono una sola e stessa persona", alcuni seggi nella Camera dei Lord sono riservati ad alcuni ecclesiastici della Chiesa anglicana». L'esposizione del crofisso - non si può far a meno di notare - non è allora indice della confessionalità presunta dello Stato italiano, ma della sua laicità, poiché il crocifisso, promanando da un contesto culturale cattolico quale è quello italiano, sottolinea proprio la separazione tra sfera spirituale e temporale di matrice tipicamente cattolica. La differenza tra l'Italia e l'Europa, del resto, è evidente.

In terzo luogo: un altro errore di fondo, che il ricorso del governo pone giustamente in evidenza, è la concezione della neutralità dello Stato. Il tema sarebbe davvero amplissimo, ma si può riassumere come segue. La neutralità dello Stato in materia di tutela di coscienza non può essere intesa effettivamente secondo la logica, poiché la neutralità di per sé impone un contrasto con la coscienza, che in quanto tale riguarda sempre il bene ed il male, la sfera assiologica, la dimensione etica, cioè una prospettiva opposta a quella della neutralità. Certo, in questo caso può essere intesa come il fatto che lo Stato non favorisca nessun culto, ma di certo non può essere intesa, come invece sembra potersi evincere purtroppo dalla precedentemente emanata sentenza sul crocifisso, come il fatto che lo Stato sfavorisca qualche culto, in questo caso quello cattolico. In merito, occorre ricordare che già da tempo la stessa Corte Costituzionale italiana ha abbandonato il criterio della maggioranza, quello per cui una confessione andrebbe tutelata sol perchè espressione della fede della maggioranza dei consociati, e, sebbene a breve distanza possa sembrare irragionevole, alla lunga, considerando la crescita demografica di popolazioni non cristiane anche all'interno dello stesso suolo italiano, potrebbe non essere un male, quando i cristiani tra un cinquantennio potrebbero scoprirsi minoranza. Tuttavia, viene da sé che nemmeno si può tutelare una minoranza sacrificando i diritti della maggioranza. Entrare in questa logica, dunque, conduce inevitabilmente ad un vicolo cieco, di cui la stessa Corte Europea e la Corte Costituzionale italiana non sembrano essersi effettivamente accorte per una sorta di mancanza di coraggio nel portare alle dovute conclusioni le loro stesse premesse.

Occorre quindi abbandonare questa pista impervia e prendere un'altra strada, quella storica, filosofica, giuridica. Sul piano storico occorre rilevare che ogni qual volta lo Stato ha mosso, spesso in nome della neutralità, guerra alla religione, ha finito per auto-idolatrarsi: il XX secolo in ciò è maestro, proprio per i fatti occorsi sul territorio europeo. Sul piano filosofico non si può non ricordare quanto ebbe a scrivere un filosofo ebreo del calibro di Abraham Heschel, secondo cui «essere uomini significa essere sensibili al sacro... poiché l'essere di per sé non è mai autosufficiente». Lo Stato che volesse proporsi come autosufficiente in nome di una pretesa neutralità, finirebbe quindi per essere foriero di più numerosi e gravi mali di quelli che vorrebbe risolvere, ed il piano storico appena citato ne è la più incontestabile riprova. Sul piano giuridico, inoltre, si deve notare che il principio di uguaglianza, in nome del quale gli atei chiedono tutela, è un principio geneticamente connesso al cristianesimo: non si può pretendere quindi di scardinarlo dal suo contesto storico-ideale senza rendersi conto di compiere una operazione anti-storica; non si può ritenere quindi che il cristianesimo, di cui il crocifisso è l'emblema (sia come simbolo religioso, sia come simbolo culturale), possa direttamente o indirettamente violare il principio di uguaglianza senza compiere un sopruso; non si può chiedere di tutelare gli atei e i credenti allo stesso modo, senza violare la stessa logica del principio di uguaglianza che richiede che medesime situazioni vengano ugualmente disciplinate, ma anche che diverse situazioni siano diversamente tutelate.

Insomma, la agognata neutralità dello Stato sul tema non sarebbe esente da complicate problematiche su più versanti. Tutte queste contraddizioni che affliggono l'ateismo contemporaneo fanno di esso, dunque, qualcosa di molto meno razionale di quanto i suoi propagatori vogliano far credere. Possono così ricordarsi le parole di Albert Camus, non certo un bigotto (come usualmente vengono a torto considerati i credenti), che denunciò simili difficoltà, cioè quelle che si presentano quando la «ragione diventa furore», e che intervengono quando l'uomo in rivolta contro Dio «sfuggito alla prigione di Dio, ha come sua prima cura quella di costruire il carcere della storia e della ragione», come il XX secolo insegna, anche e soprattutto a chi non crede neanche alla storia!




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