Stiamo assistendo ad uno spettacolo indegno di un paese civile. La decisione del tribunale di Roma di non ammettere la lista del Pdl nella provincia di Roma non trova ragionevole spiegazione: a fronte di un decreto interpretativo firmato dal capo dello Stato, emanato in quanto unica soluzione possibile per non pregiudicare il legittimo diritto degli elettori, è difficile comprendere su quali basi si sostanzi una decisione che getta pesanti ombre non sul presidente della Repubblica né sul governo, bensì sull'operato della giustizia amministrativa italiana.
Una considerazione riguarda le procedure di presentazione delle liste: evidentemente siamo di fronte ad un sistema inadeguato, eccessivamente legato a formalismi da burocrazia piemontese da un lato e pericolosamente farraginoso dal punto di vista sostanziale dall'altro. Basti pensare che l'imprecisa apposizione di un timbro comporta la necessità di ricorrere al Tar, mentre nessuna eccezione viene sollevata di fronte alla presentazione di «liste civetta», il cui unico scopo consiste, di fatto, nel porre in essere ostruzionismo e guerriglia elettorale. Liste che spesso sono state determinanti nel ribaltare risultati elettorali senza che detto ribaltamento sostanziasse una effettiva rappresentatività. E' ovvio che un sistema burocratico di tal fatta, farcito di filtri e controfiltri, comporta sempre e comunque, per chi voglia ricercare il pelo nell'uovo (per quali ragioni è meglio non pensarci), la possibilità di intervenire a gamba tesa, inficiando per meri formalismi cui non fa riscontro alcun diritto la presentazione di una lista.
Quanto sta accadendo oggi in Italia, inoltre, come ben scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 10 marzo, dimostra l'inconsistenza di una sinistra schiava cosciente del giustizialismo, incapace di staccarsi dalla figura di Antonio di Pietro, il quale risulta oggi l'effettivo leader del Pd, con buona pace dei tanti elettori moderati che, ancora e nonostante tutto, albergano a quelle latitudini. Coscienza politica e non solo politica avrebbe voluto che il Partito Democratico rimettesse la scomposta faccenda nelle mani del capo dello Stato, salvando faccia e dignità politica. Certo, di fronte alla ghiotta possibilità di vincere una Regione a tavolino, infischiandosene della legittimità che una giunta figlia di una «decisione arbitrale» alla Moreno (il famoso arbitro che bruciò l'Italia ai Mondiali in Corea) avrebbe, la tentazione è forte. Anche questo contribuisce a definire lo spessore politico e la credibilità di una sinistra che, privata della sua ormai ventennale «quinta colonna» extraparlamentare, manco vince più alle lotterie di paese.
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