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«Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza». Per le coincidenze della vita e della storia, queste lapidarie parole sono pronunciate nel canto ventiseiesimo dell'Inferno, in cui Dante colloca, saggiamente, i dannati e le anime perdute dei consiglieri di frode, cioè dei truffatori, di coloro che, in sostanza, raggirano gli altri con malevoli inganni per causare loro un danno o trarne essi stessi un profitto. E proprio di ciò si tratta, in questo caso. Una frode culturale, una truffa intellettuale, un raggiro ideologico, si sta consumando ai danni di coloro che come allocchi si lasceranno accalappiare dai saltimbanchi del pensiero nei più grotteschi vaneggiamenti e nelle più assurde fantasticherie.
Qualche giorno addietro l'Apcom ha lanciato la notizia, poi ripresa anche da altre agenzie, che alcune associazioni hanno sottoscritto una petizione, recapitata all'indirizzo del ministro della Pubblica Istruzione, in cui si chiedeva «di espungere la Divina Commedia, un poema, oltretutto, scritto in una lingua non più comprensibile dalle nuove generazioni, dai programmi d'insegnamento di ogni ordine di scuole». L'iniziativa è stata proposta dall'Arre (Associazione per il rispetto di tutte le religioni e la convivenza pacifica delle etnie culturali), da alcuni cittadini italiani di religione islamica, dall'Associazione tosco-emiliana per la difesa delle tradizioni cittadine (sic!), e dalla Ggr (Gruppi gay riuniti).
Le accuse che costoro muovono all'opera somma del Maestro italico, come senza remore e con orgoglio si può definire Dante, si possono racchiudere in cinque punti principali. Secondo i membri di queste associazioni, infatti, la Divina Commedia deve essere espulsa da scuole e università perché: 1) si basa su una «lingua non più comprensibile»; 2) «offende le religioni non cristiane»; 3) «legittima le concezioni più retrive sull'anormalità di determinate pratiche sessuali»; 4) «getta ogni sorta di discredito morale su antiche e nobili città come Firenze»; 5) è antiscientista.
Occorre procedere con ordine, quindi. In primo luogo: affermare che la Divina Commedia sia scritta in una lingua incomprensibile è un espediente tanto superficiale quanto ingenuo per almeno due ordini di motivi. Da un lato, infatti, non perché una lingua è incomprensibile che diventa illegittimo studiarla, altrimenti studiare inglese, francese, spagnolo o tedesco a scuola e all'università presenterebbe le medesime difficoltà; del resto, se si studia una lingua incomprensibile è proprio per renderla comprensibile, così come se una lingua è incomprensibile, lo è, evidentemente, perché non la si è studiata sufficientemente o abbastanza bene. Applicando a questo ragionamento la dovuta coerenza, come si dovrebbe fare con le cose prese sul serio, nessun portoghese potrebbe mai parlare con uno spagnolo, nessun italiano con un francese, nessun inglese con uno svedese. Si resterebbe tutti isolati nella propria animalesca ignoranza. Dall'altro lato, costoro, probabilmente, non sono consapevoli della circostanza per cui la maggior parte delle parole più comuni che oggi vengono usate sono contenute nel poema dantesco, o, addirittura, sono state create proprio dal Maestro italico. Per ogni eventuale riprova, si potrebbero sempre interrogare i più noti linguisti del calibro di Bruno Migliorini, Tullio De Mauro, Erich Auerbach, o anche un qualunque professore di letteratura, pur di media levatura. Non si può del resto ignorare, se non in mala fede, l'importanza che decine e decine di altri poeti e scrittori (molti dei quali hanno apertamente confessato di essersi ispirati più volte al Maestro italico) hanno attribuito a Dante, tributandogli i più grandi atti di riconoscenza umana ed intellettuale: Boccaccio, Borges, Eliot, Foscolo, Lewis, Luzi, Mandel'stam, Tolkien. Si dovrebbero epurare anche loro, se si fosse coerenti e si prendesse sul serio questa iniziativa.
In secondo luogo: ritenere che la Divina Commedia non debba essere studiata in quanto offende le religioni non cristiane è una assurdità per due ragioni: primo, perché secondo questo criterio quasi nessuna opera potrebbe essere studiata se non rispondente ai canoni odierni del politicamente corretto; come si potrebbe, per esempio, leggere Erodoto che certo tenero non è con i Persiani? E che dire di Cesare contro i Galli? Secondo: la Divina Commedia è un'opera intrisa di fede e teologia cattolica, essendo Dante il poeta cattolico per eccellenza; pretendere quindi che Dante debba esprimersi in termini politicamente corretti, come oggi da molti stoltamente si pensa, sacrificando, elidendo o cancellando parte della propria cultura, è davvero impensabile, sia per il carattere del poeta toscano, sia per la sua cultura e la sua formazione, sia perché non si può pretendere, per questioni di logica, che gli antichi si conformino ai moderni, ma semmai, ovviamente, il contrario, se non altro per il dettaglio che sono i secondi ad essere ancora in vita.
In terzo luogo: l'idea che se si è favorevoli a determinate pratiche sessuali si è aperti, mentre al contrario si è bigotti e retrivi, rappresenta una tra le forme più attualmente diffuse, infantili ed odiose di luogo comune e di ristrettezza mentale di stampo ideologico. L'idea che i rapporti sessuali debbano essere sregolati e frutto di assoluta arbitrarietà è il frutto più maturo del relativismo etico contemporaneo a causa del quale l'uomo odierno sembra aver perduto, anche nella sfera sessuale, la Trebisonda assiologica, cioè la capacità di distinguere il bene ed il male, ciò che è naturale e ciò che non lo è, ciò che è etico e ciò che non lo è. Il bene in sé e l'eticità, infatti, esistono a prescindere dall'opinione corrente: non a caso l'opinione di Dante (poeta, medievale e cattolico) in merito è, a distanza di secoli, la medesima di Kant (filosofo-scienziato, illuminista e protestante).
In quarto luogo: che Dante getti discredito sulla propria città, Firenze, è davvero la trovata più bislacca di questa inedita armata Brancaleone che ne ha richiesto l'epurazione, e non tanto e non solo perché Dante stesso, come risaputo, è fiorentino. L'abnormità di una simile tesi si rinviene qualora si rammenti che l'autore della Divina Commedia è esule, e ha vissuto in prima persona i rivolgimenti politici e sociali della propria città, con la passione ed il fervore di chi ne ha preso parte per uscirne, poi, sconfitto. Dante non getta discredito su Firenze, ma sui propri rivali di Firenze. Un'accusa simile rivolta contro il poeta è la stessa, infamante e falsa, che i regimi totalitari del XX secolo, per esempio, rivolgevano agli intellettuali dissidenti e dissenzienti; sia sufficiente ricordare in proposito i caustici commenti del poeta russo Josif Brodskij sulla sua patria in mano alla tirannia sovietica; o le amare critiche di Einstein sulla Germania nazista; o le dure parole di Sturzo sull'Italia fascista. L'asprezza dei pensieri di tutti questi esiliati è dettata dall'amore verso la propria patria e dal triste e rabbioso rammarico che essa sia mal governata. Lo stesso dicasi, mutatis mutandis, per Dante e la sua Firenze.
In quinto luogo: l'accusa di antiscientismo mossa a Dante viene ancorata, dalla petizione, ad alcuni versi del III canto del Purgatorio (vv. 37-39) in cui si legge: «State contenti, umana gente, al quia;/ ché, se potuto aveste veder tutto,/ mestier non era parturir Maria». Secondo i presentatori della petizione, in questi versi si dimostrerebbe l'antiscientismo di Dante, il quale ritiene che senza la rivelazione divina, rappresentata dall'incarnazione di Cristo, l'uomo non avrebbe mai conosciuto certe eterne verità. Si paleserebbe così la sfiducia del poeta nell'intelligenza umana, nella ragione, nella scienza. Su questo punto si potrebbero effettuare numerose obiezioni, ma tre sono quelle principali. Primo: la circostanza per cui la ragione non possa conoscere tutto rappresenta il presupposto ragionevole e razionale della ragione stessa: il «so di non sapere» di Socrate cos'altro è se non il monumento intellettuale primo e più maestoso dedicato all'argomento? Secondo: chi condivide questo genere di idee, evidentemente, travisa il significato ed il ruolo della scienza; la scienza può spiegare il come del mondo e della vita, mai il perché. L'incarnazione è stata, infatti, una risposta ad una domanda non scientifica, cioè al perché della vita, non al suo come. Terzo: lo scientismo, cioè la fede cieca nella scienza, è proprio il cancro peggiore del pensiero scientifico contemporaneo che, paradossalmente, sviluppa una singolare forma di fede in ciò che è razionale, contraddicendo all'un tempo la fede e la ragione. Lo scientismo, insomma, è la parte degenerata e degenerativa della scienza. Che Dante sia da considerarsi antiscientista è quindi un bene e non già un male, poiché dimostra quanta e quale importanza egli riservi alla ragione ed alla fede; rivela che per Dante, così come per ogni buon cattolico, ragione e fede non sono in contrasto, e che dove non arriva l'una soccorre l'altra. Proprio il credente in genere, il cristiano in particolare, il cattolico in specie, infatti, sa bene che la ragione, l'intelletto, è l'elemento che maggiormente lo accomuna a Dio, ciò che lo rende somigliante al Creatore, al logos giovanneo. Dante ha il giusto e razionale equilibrio nei confronti della ragione e della scienza, diversamente dagli invasati scientisti odierni che alla scienza e alla sua presunta infallibilità hanno eretto un totem idolatrico.
Infine, sorge spontaneo il quesito sul perché di tutto questo accanimento contro Dante. Sebbene non figuri tra i sottoscrittori di questa richiesta, tutti dovrebbero sapere che uno dei più eminenti esponenti dell'ideologia anticlericalista contemporanea e membro di spicco dell'Uaar (Unione atei agnostici razionalisti), Piergiorgio Odifreddi, al Festival di Filosofia della scienza, tenutosi nell'ottobre del 2008 a Città di Castello ed al quale era presente chi scrive, ebbe a sostenere che l'insegnamento della Divina Commedia nelle scuole pubbliche fa parte del complotto della Chiesa cattolica per diffondere subliminalmente e subdolamente la fede ed i propri dogmi; purtroppo, quella che ad alcuni potrebbe sembrare una battuta di spirito, fu accolta, da una sala di centinaia di persone, con estrema serietà tra applausi ed ovazioni. Questo racconto mostra il clima culturale che si respira oggi in occidente ed in Italia, in cui delle piccole lobbies conducono una lotta ideologica contro la stessa cultura occidentale, in quanto midollarmente cristiana.
Da quando, infatti, l'uomo ed il valore assoluto che esso possiede hanno perduto la loro secolare importanza a causa della manipolabilità tecnico-scientifica, e poiché si ritiene, erroneamente, che la scienza abbia negato definitivamente il fondamento trascendente della vita umana, si sta svalutando, di conseguenza, anche la dimensione della cultura umanistica, di cui la Divina Commedia rappresenta, forse, la punta di diamante per l'intera umanità in genere e per l'Occidente in particolare, intrisa com'è dei tre pilastri portanti della civiltà occidentale: cioè il pensiero greco, il diritto romano, la spiritualità cristiana. «Se Dio non esiste, tutto è permesso», recitava un passo di Dostoevskij; e viene da sé che se tutto è permesso l'uomo non è più immagine e somiglianza di Dio, ha perduto il suo valore assoluto ed intangibile, non vale più nulla; a maggior ragione, nessun valore possiede la cultura umanista, cioè quella incentrata sull'etica, sull'uomo, sulla verità razionale e spirituale.
Occorre quindi porre un argine a questa deriva. E' necessaria una massiccia presa di consapevolezza e di posizione, così che non ci si avvii all'auto-distruzione totale. Non si può più far finta di nulla davanti a simili proposte.
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