«L'Iran deve essere espulso dall'Onu» con queste parole il presidente israeliano, Shimon Peres, ha espresso al vicepresidente americano Joe Biden, in visita a Gerusalemme per un tour di cinque giorni in medio oriente, l'auspicio che l'America contribuisca ulteriormente ad isolare l'Iran all'interno della comunità internazionale. «Il presidente Ahmadinejad non può al tempo stesso essere membro delle Nazioni Unite ed invocare la distruzione di Israele» ha rimarcato Peres che è tornato anche ad invocare nei confronti del governo di Teheran nuove sanzioni, non solo di carattere economico ma anche «morale».
Da parte sua il vicepresidente americano non si è tirato indietro e, durante la conferenza stampa congiunta con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ribadito il pieno appoggio americano al governo di Gerusalemme, dichiarando «non ci sono differenza tra i nostri due paesi quando si parla della sicurezza di Israele. Per questo motivo e per molti altri la questione del programma nucleare iraniano è una delle priorità di questa Amministrazione». Biden ha anche aggiunto che gli Stati Uniti sono assolutamente «determinati ad evitare che l'Iran riesca a dotarsi di armi nucleari» e che lavorano con «altri paesi in tutto il mondo per convincere Teheran ad ottemperare ai suoi obblighi internazionali ed a cessare il proprio programma atomico». Ma ad essere sotto accuso non c'è solo il programma nucleare iraniano.
Biden e Netanyahu hanno infatti concordato che per garantire la sicurezza di Israele nel lungo periodo occorre una normalizzazione dei rapporti tra il governo di Gerusalemme ed i suoi vicini, dalla Siria al Libano. Ed anche da questo punto di vista non poteva non finire sul tavolo degli accusati il governo di Teheran: «l'Iran deve smetterla di mettere in atto azioni destabilizzanti in tutta la regione, interrompendo ogni supporto ai gruppi terroristici che minacciano Israele» ha detto il vicepresidente americano. Ma se Stati Uniti ed Israele sono uniti sulle valutazioni della minaccia iraniana e sulle strade per contenerla non altrettanto può dirsi purtroppo per altri membri della comunità internazionale. La Cina, per esempio, sembra proprio non volere nemmeno prendere in considerazione la possibilità di nuove sanzioni, ed è tornata a minacciare un veto se una proposta in tal senso venisse portata all'attenzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Per questo sta tornando in auge un termine tanto aborrito dalla sinistra liberal americana, che pensava di essersene liberata con l'uscita di scena del Presidente Bush: coalizione dei volenterosi. «Coalition of the willings», infatti, era il termine usato dalla precedente amministrazione repubblicana per definire l'insieme dei paesi che si erano alleati con gli Stati Uniti per rimuovere il regime di Saddam Hussein, ed è la stessa espressione usata qualche giorno fa dal Segretario di Stato, Hillary Clinton, a proposito di nuove sanzioni verso l'Iran.
Forse finalmente il Presidente Obama sta capendo che da parte dell'ONU non arriverà mai un via libera a nuove sanzioni, non perchè esse non sarebbero necessarie o motivate, ma semplicemente perchè di tale organismo internazionale fanno parte troppi paesi che non hanno interesse a fermare il governo di Teheran e che non condividono gli interessi e gli ideali occidentali. Ora che la mano tesa è stata respinta è giunto il momento che il governo americano si metta alla testa di un'alleanza internazionale seriamente intenzionata a fermare l'Iran, senza escludere alcuna opzione.
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