C'è voluto Berlusconi per ricordare agli italiani che c'è una categoria di funzionari pubblici che antepone la militanza politica al proprio dovere. C'è voluto Berlusconi per rilanciare la campagna elettorale del Pdl. Ma alla fine il Popolo della Libertà si è rimesso in marcia. Ora è necessario interrompere la sinfonia di certa informazione omologata, che descrive un Pdl in crisi nera, in drammatico calo dei consensi e in balia degli eventi, pronto a ricevere una sonora batosta nelle elezioni del 28 e 29 marzo.
Il centrodestra ha subìto un colpo grave nel Lazio a seguito dell'esclusione della lista del Popolo della Libertà dalla circoscrizione elettorale della provincia di Roma, che rappresenta il 72% dell'elettorato ragionale. Va detto con forza che il pubblico ufficiale aveva il dovere di ricevere la lista dei candidati Pdl, salvo annotare l'orario di deposito e le ragioni addotte dal presentatore circa il ritardo. La legge non contempla l'ipotesi che possa rifiutarsi e, naturalmente, non prevede che vi sia una specie di servizio d'ordine che disciplina l'afflusso allo sportello, gestito dai rappresentanti delle altre liste.
Ma veniamo ai numeri e alle ragioni per le quali il Pdl e il centrodestra dovrebbero guardare con fiducia a queste elezioni, rifiutando fin d'ora letture fuorvianti e tendenti a ridimensionarne la vittoria - perché di questo si tratterà - il 28 e 29 marzo. Anzitutto guardiamo, sulla base delle rilevazioni dell'istituto Crespi, ai partiti. Il Pdl è accreditato intorno al 36%, contro un Pd al 28%: basterebbero questi otto punti a raccontare lo stato di maggioranza e opposizione. Ma c'è di più: da novembre la somma dei partiti dell'area di governo, con l'ingresso in coalizione della Destra di Francesco Storace, ha superato quota 50% ed è maggioranza assoluta nel paese. La Lega Nord supererà probabilmente quota 10% e ciò anche in ragione delle candidature di Zaia e Cota.
Che effetti hanno avuto le inchieste su Bertolaso e il caos-liste sull'opposizione? Nessuno. L'opposizione al governo Berlusconi è talmente destituita di credibilità di fronte all'opinione pubblica, che nessuna delle tempeste che si sono abbattute nelle ultime settimane sulla maggioranza ha prodotto emorragie di voti dal centrodestra al centrosinistra.
Anzi, venendo al voto nelle singole Regioni, il centrodestra si sta giocando la partita in molte di esse finite alla sinistra nell'annus horribilis del 2005. Nonostante la candidatura di disturbo di Adriana Poli Bortone, Rocco Palese è grosso modo alla pari con Nichi Vendola. Ma in Puglia l'immagine del Pd è sotto zero e, dopo le inchieste della magistratura, è notizia di questi giorni che la giunta di centrosinistra non è stata in grado di sanare il clamoroso deficit economico della sanità. In Campania e Calabria il centrodestra prevarrà, la strada della rimonta è preclusa in entrambe le Regioni ad un centrosinistra giudicato inaffidabile. In particolare in Campania, il divario tra la coalizione che sostiene Caldoro (Pdl) e quella che sostiene il suo sfidante è superiore a dieci punti percentuali, un'enormità. In Liguria Sandro Biasotti ha ormai messo la freccia, supportato da ottime candidature da parte del Popolo della Libertà. Il governatore uscente, Claudio Burlando, è costretto, per fare passerella, ad inaugurare tetti e avvio di lavori attesi da anni.
Non occorre argomentare la vittoria in Lombardia e Veneto, conta piuttosto osservare che il balzo in avanti del Pdl rispetto al risultato della sommatoria di Forza Italia e An di cinque anni fa sarà notevole e basterà per tappare la bocca a molti. Senza contare che un'altra Regione che votò nel 2005, l'Abruzzo, è passata al centrodestra da tempo. Infine è importante affrontare la questione relativa al voto nelle Regioni rosse. Oltre alle Marche, che potrebbero riservare sorprese, nell'Umbria e in Toscana l'avanzata del Pdl sarà sensibile e testimonierà una crescita della classe dirigente del partito anche sul piano locale.
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