Proponiamo ai lettori di «Ragionpolitica» un intervento del coordinatore nazionale del Popolo della Libertà e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, pubblicato su «Il Giornale» del 13 marzo.
Il segno che in Italia è definitivamente scomparsa una vera classe dirigente è dato dal fatto che si stanno ricreando le stesse condizioni che hanno reso possibile l'attentato avvenuto a Milano lo scorso dicembre nei confronti del presidente del Consiglio. Dopo l'atto di violenza compiuto contro il leader del Pdl, che avrebbe potuto avere conseguenze ben più tragiche, sembrava che la sinistra avesse compreso il rischio che un clima di esasperata contrapposizione politica e di permanente demonizzazione degli avversari politici potesse degenerare in possibili atti di violenza. Soprattutto in un paese come l'Italia, in cui il terrorismo, l'estremismo e la violenza politica non sono mai stati completamente debellati e rappresentano una possibile minaccia risorgente.
Questo rischio non va affatto sottovalutato, se si considerano con attenzione alcuni fatti di carattere politico. Innanzitutto la crisi definitiva dell'Ulivo, che, pur fra molte contraddizioni, rappresentava l'ultimo progetto politico inteso a raccordare la tradizione del comunismo con quella del cattolicesimo democratico. Una prospettiva destinata a fallire, ma alla quale non si può negare un valore storico e culturale con cui confrontarsi. La seconda novità politica è rappresentata dalla mancata rappresentanza nel parlamento, in seguito alle elezioni del 2008, di tutta la sinistra alternativa e comunista, che in precedenza aveva addirittura espresso, con Fausto Bertinotti, il presidente della Camera. L'emarginazione dal parlamento di tutta questa area ha creato uno stato di risentimento profondo, che ha trovato sfogo nelle piazze, speriamo non ancora in quell'area di ribellione e di sovversivismo che storicamente è stata contigua a fenomeni di terrorismo e di violenza politica.
Un ulteriore elemento di novità è l'emersione di un fenomeno politico rappresentato da una personalità come quella di Di Pietro, che da magistrato, e poi da parlamentare eletto con i voti della sinistra, è divenuto, soprattutto dopo l'alleanza elettorale siglata da Veltroni, la vera guida dell'opposizione. Il Pd non riuscirà ad arrestare la marcia di Di Pietro per il semplice motivo che il Pd non ha mai neppure tentato di avviare una sfida coraggiosa e consapevole nei confronti delle posizioni estremiste e giustizialiste tollerate e alimentate nel corso degli ultimi decenni. Così, piuttosto che imboccare con decisione e chiarezza la strada del riformismo, dal comunismo la sinistra italiana si è sintonizzata sul piano politico alle pulsioni eversive e giustizialiste di un Di Pietro e, cosa ancora più grave, sul piano culturale alle teorie individualistiche dei radicali di Pannella e della Bonino.
Così è finita la storia originale del comunismo italiano, che, attraverso il confronto con i cattolici, aveva mantenuto un saldo rapporto con il popolo e con gli interessi fondamentali dell'Italia. La deriva è appena cominciata ed è destinata a produrre altri cambiamenti negativi nel campo della sinistra italiana. Il problema è che ormai un'intera generazione è stata educata, da più di un decennio, alla politica della demonizzazione e dell'odio nei confronti degli avversari politici. Una generazione educata non dalle idee e da una nuova cultura politica, bensì dai programmi televisivi di Santoro, di Floris, e di altri, dalle riviste ossessionate da Berlusconi e dalla Chiesa cattolica, come MicroMega, e dalle piazze urlanti eccitate dal comico di turno.
Questo fronte dell'odio, della denigrazione continua, della distruzione di tutto ciò che non è assimilabile alla propria cultura e che non si sottomette ai propri interessi, ha fatto bella mostra di sé sabato nel corso di una manifestazione in cui il colore viola ha trionfato e in cui Bersani è andato a braccetto con Di Pietro e con la Bonino. È il trionfo di tutto ciò che l'Italia deve aborrire, di tutto ciò che i cittadini devono temere: una miscela indigeribile di giustizialismo, di faziosità politica e di cultura radicale che è agli antipodi delle migliori tradizioni democratiche, liberali e riformiste del nostro paese.
Mai come oggi dobbiamo sapere che siamo davvero di fronte a una scelta di campo politica e culturale. La piazza di sabato rivela una parte dell'Italia malata di odio, non solo verso Berlusconi o verso di voi, ma verso la maggioranza degli italiani colpevoli di non essere come loro, di non pensarla come loro, di non leggere i quotidiani, quello che leggono loro, di non guardare i programmi televisivi che guardano loro, di non leggere i libri che leggono loro, di non fare le vacanze che fanno loro, di non vestirsi come si vestono loro.
Il vero megafono di questa piazza è il quotidiano La Repubblica, che è il vero artefice di questa mutazione e metamorfosi della sinistra italiana, il vero protagonista del veleno che si è introdotto nel corpo del nostro paese. Se vincessero loro, l'Italia sarebbe meno libera, noi tutti saremo meno liberi. Se prevalesse questa parte dell'Italia le conseguenze sarebbero peggiori di quelle che si sarebbero manifestate in caso di vittoria della sinistra nel 1994, quando ancora non era nata una generazione di giovani educata alle parole d'ordine dei Travaglio, dei Di Pietro e di quella compagnia di giro che ha formato in questi vent'anni un'intera generazione non alla bellezza del confronto delle idee e del galateo politico, ma all'odio antropologico verso gli avversari.
Sta a noi ancora una volta impedirlo, come nel 1994. Il Popolo della Libertà, ascoltando l'appello di Silvio Berlusconi, ha avuto la forza di impedire agli ex comunisti di conquistare il potere solo perché avevano eliminato tutti i possibili concorrenti politici.
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