A che cosa punta tutto il battage mediatico sullo scandalo dei preti coinvolti in casi di pedofilia? C'è un intento nobile nell'occuparsi con tanta enfasi moralizzatrice di questa triste e dolorosa vicenda oppure essa è strumentalizzata per raggiungere un fine inconfessabile, e cioè la destrutturazione dei capisaldi su cui si regge l'esperienza storica e mistica della Chiesa cattolica, in particolare il papato e il celibato sacerdotale? Sono domande che sorgono spontanee dopo aver constatato che le notizie provenienti dall'Olanda, dall'Irlanda, dall'Austria e soprattutto dalla Germania si sono presto trasformate in capi d'accusa con cui si è tentato per un verso di mettere sul banco degli imputati il pontefice quando ancora era arcivescovo di Monaco (1977-1982), e per l'altro di individuare come causa degli abusi la castità sacerdotale.
Per quanto riguarda il primo punto, è già stato ampiamente dimostrato sia dalla Santa Sede sia dalla stessa Arcidiocesi bavarese che Ratzinger non ebbe alcuna responsabilità nella scelta di dare incarichi pastorali a Monaco ad un sacerdote con precedenti di pedofilia: è stato monsignor Gruber, all'epoca vicario generale, a spiegare che quella fu una sua decisione. Un atto che peraltro, come ha precisato in una nota il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, contravvenne alle indicazioni ricevute dallo stesso Ratzinger. Inoltre è chiaro ed evidente che l'attuale pontefice è stato il principale fautore, sin da quando era a capo della Congregazione per la dottrina della fede, della linea intransigente nei confronti di coloro che si macchiano di violenze sui più piccoli. Basti pensare all'impulso dato alla riforma legislativa improntata a un maggior rigore, alla lettera De Delictis Gravioribus inviata il 18 maggio 2001 ai vescovi di tutto il mondo, o, per altro verso, ai numerosi e duri pronunciamenti in materia, come quello ormai celebre contenuto nelle meditazioni per la Via Crucis papale del 2005: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente al Signore!». Di fronte a tutto ciò, cercare di gettare fango su Papa Benedetto XVI rivela un intento malevolo e denigratorio che va ben oltre la volontà di stigmatizzare senza se e senza ma i casi di pedofilia che hanno coinvolto alcuni preti cattolici.
Questo intento malevolo e denigratorio diviene ancor più evidente se si considera il secondo punto sopra accennato, ossia il maldestro tentativo, da parte di certa stampa e di certi commentatori, di far credere che a monte degli episodi di violenza sessuale sui minori vi sia stata e vi sia la condizione di celibato a cui sono sottoposti i sacerdoti. Qui occorre fare una breve riflessione per comprendere che semmai è vero il contrario, e che il modo migliore per rispondere a vicende drammatiche e scandalose come quella di cui stiamo parlando sarebbe quello di riscoprire le ragioni più profonde per le quali la Chiesa, sulla base dell'esperienza e dell'insegnamento di Gesù, vuole i suoi preti casti e non sposati. La principale di tali ragioni risiede nell'idea del sacerdote cattolico come alter Christus, cioè come colui che, attraverso la sua condizione di celibe, di uomo che offre integralmente la sua esistenza spirituale e carnale a Dio, è investito della vocazione a rendere attuale e presente, nella celebrazione del Sacramento, il sacrificio di Cristo per la salvezza dell'umanità.
Qui sta tutta la misteriosa grandezza della figura del prete cattolico. Una grandezza che, in questi ultimi decenni, a partire dagli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II, è stata offuscata dall'idea che il primo compito del sacerdote fosse quello di «animare» la comunità, di organizzare eventi ecclesiali, di inventare e coordinare nuove «attività». Tutto ciò ha prodotto l'effetto contrario di quello sperato: il prete è divenuto più solo e isolato, spesso è stato abbandonato a se stesso fin dall'esperienza nel seminario, con la conseguenza di esporlo ai venti della suggestione del mondo, senza neanche più quel riparo che un tempo era garantito dall'essere, anche liturgicamente, colui che gode di un rapporto privilegiato con il Mistero. Si è voluto che il sacerdote desse le spalle a Dio nella celebrazione della Messa, pensando che ciò potesse avvicinarlo al popolo: invece si è solo allontanato il suo sguardo dalla grandezza della sua vocazione e dalla consapevolezza della sua missione. Per questo, come ha affermato Benedetto XVI in un suo recente discorso, allo stesso modo in cui «si rivela sempre più urgente l'ermeneutica della continuità per comprendere in modo adeguato i testi del Concilio Ecumenico Vaticano II, analogamente appare necessaria un'ermeneutica che potremmo definire "della continuità sacerdotale", la quale, partendo da Gesù di Nazareth e passando attraverso i duemila anni della storia di grandezza e di santità, di cultura e di pietà, che il sacerdozio ha scritto nel mondo, giunga fino ai nostri giorni».
Tutto questo per mostrare quanto pretestuose e prive di fondamento risultino le accuse rivolte al Papa e quanto mosse dal preconcetto e da un'ideologia profondamente anti-cattolica siano le considerazioni contro il celibato sacerdotale. Alla fine ha ragione Giuliano Ferrara quando scrive, sul Foglio del 15 marzo, che «il secolo - cioè la mentalità dominante e i suoi propugnatori, ndr - non vuole purificare la Chiesa dai peccati dei suoi figli, il secolo non crede nel peccato, vuole bensì depurarla di tutto ciò che le è caro e sacro, di ciò che la distingue e non la riconduce all'ideologia totalizzante del libertinismo moderno: mostrifica, enfatizza e censura la pedofilia dei preti, la trasforma in una insopportabile colpa morale della Chiesa casta. È una lotta ideologica, una caccia alle streghe».
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