Ciò a cui ormai stiamo assistendo dal 1998 ad oggi è una lenta, e non dolce, morte di una democrazia, il declino di un paese, la vessazione morale e spirituale di un popolo, quello venezuelano, la cui distanza geografica, forse, non ci permette di udirne l'urlo di dolore. «Una atmosfera politica ostile durante i lunghi anni del governo del presidente Chávez ha favorito un costante declino della libertà di stampa, che è perdurato sino al 2007. [...] In generale, le iniziative statali hanno progressivamente eroso l'influenza dei mezzi di comunicazione privati e gli sbocchi pro-opposizione. Mentre la legge garantisce la libertà di parola e di stampa, la Legge di Responsabilità Sociale nella Radio e Televisione, firmato nel dicembre 2004, contiene restrizioni che possono essere utilizzate per limitare seriamente la libertà di espressione». Così nel 2008 Freedom House definiva lo status quo della libertà di espressione e stampa nel contesto istituzionale e sociale del Venezuela. Status: Not Free! Da allora la situazione non è migliorata, se non addirittura peggiorata.
L'ultima dichiarazione del presidente Chávez ha lasciato sbalorditi non soltanto gli osservatori politici internazionali, ma sopratutto lo stesso popolo venezuelano, che vede oggi minacciata l'unica arena lasciata libera: il cyberspazio. Il presidente Chávez, infatti, ha affermato che il controllo dello Stato deve giungere sino al quello su internet, un luogo «anarchico», dove tutto è consentito. Non uno stupido commento consumato tra le mura di casa, ma una pubblica, ufficiale dichiarazione in occasione del Congresso del Partito Socialista Unito del Venezuela. Quasi a volersi fare beffa dell'intera Europa, Chávez ha deciso di «reinterpretare» il pensiero della Cancelliera Angela Merkel, che aveva in passato affermato che internet non può essere un luogo senza legge.
Corre una linea sottile, un confine labile, tra il controllo che uno Stato può esercitare sul cyberspazio, sino a spingersi alla censura, rispetto alla protezione dei diritti fondamentali della persona che non possono essere violati, nemmeno in un c.d. «spazio virtuale». Si pensi alla grande differenza che corre tra l'oscuramento dei siti pedopornografici o che inneggiano all'odio razziale o di altro genere, rispetto ai video condivisi da parte dei dissidenti del regime iraniano o la caccia alle streghe proclamata dalla Cina contro gli attivisti cinesi imegnati nel campo dei diritti umani. Il reato informatico, per il presidente Chávez, si configura nell'avvelenamento delle menti di molte persone, nella libertà di informazione. Grave rischio corso dai cittadini venezuelani che il loro amatissimo presidente sta tentando in tutti i modi di evitare. Sotto scacco vi è l'intero web; la prima vittima forse sarà www.noticias24.com. Ma anche se il caudillo venezuelano riuscirà nel suo intento, come potrà mai contenere quello tzunami mediatico e politico scatenato dalle ultime dichiarazioni in mondo visione, circa il presunto addestramento di cellule delle Farc e dell'Eta su territorio venezuelano? Pensa forse di poter apporre una schermata multicolore a tutto ciò che il cyberspazio offre e che egli non gradisce con un banale sottotitolo: «Scusate per l'interruzione. Le trasmissioni verranno riprese....quando Chávez le gradirà!».
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