La situazione nell'area che va dal Mediterraneo all'Asia centrale, conosciuta con il nome di «Medioriente allargato», è come sempre al centro delle notizie di politica estera. Prima l'offensiva alleata in Afghanistan, poi le elezioni in Iraq e adesso le nuove tensioni tra Israele e palestinesi. Analizziamo quest'ultima.
A prima vista, la causa scatenante delle manifestazioni arabe sembrerebbe la costruzione di nuovi insediamenti ebraici sulle colline di Gerusalemme e l'apertura della vecchia sinagoga di Hurva, distrutta per ben due volte nel corso dei secoli, l'ultima durante la guerra del '48 dai giordani. I simboli, nelle guerre cosiddette «identitarie», sono certo importanti, spesso più dei fatti. Qui la retorica e la fantasia superano la realtà e bloccano i comportamenti in schemi rigidi, stereotipati, finendo per rendere impossibile ogni evoluzione razionale. In questo modo il presente si riduce ad una riedizione all'infinito del passato.
Ma così non è oggi: sulla scena di questi tempi si sono presentati perlomeno due grandi novità in entrambi gli schieramenti. La prima: il fronte palestinese è di nuovo spaccato e sta emergendo una nuova formazione più estremista e fondamentalista di Hamas che fa da ponte ad Al Qaeda, i salafiti. Contro Hamas vengono sollevate le stesse critiche mosse da questa contro l'Olp: accuse di inefficienza e corruzione si accompagnano a quelle di scarso entusiasmo religioso. Come sempre i novizi devono sgomitare per acquisire visibilità, per segnare la loro presenza sul campo; da qui anche un'esasperazione del tutto sproporzionata delle modalità violente delle manifestazioni della protesta araba. A complicare le cose c'è il fatto che i salafiti introducono anche una nuova dinamica nel conflitto: la costellazione - parlare di gruppo e di organizzazione, ormai si è capito, sarebbe improprio - si muove in modo indipendente e in concorrenza con la galassia collegata all'Iran.
La seconda novità nel confronto israelo-arabo-palestinese è rappresentata dal comportamento della presidenza Obama riguardo a tutta la questione mediorientale, ed in modo particolare in rapporto alla minaccia nucleare iraniana. Israele giudica la politica estera del presidente Obama ambigua e spesso sbilanciata verso un'idea nostalgica e sentimentale del Terzo Mondo, in contraddizione con il ruolo di garante dell'ordine internazionale svolto dall'America. Israele, quindi, di fronte alle minacce nucleari, non si sente più difeso adeguatamente e deve scegliere se rimanere uno Stato «cliente» degli USA o assumere il ruolo di potenza regionale egemone, pensando a difendersi da sola, con il rischio di incrinare l'amicizia con gli Stati Uniti. Se agisse contro Teheran senza il via libera del potente alleato d'Oltreoceano, si potrebbe infatti disegnare il seguente scenario: i paesi sunniti, Arabia in testa, sarebbero ben contenti; la Russia avrebbe buon gioco, anche economico e militare, a confrontarsi più con Israele che con il diretto oppositore; gli americani invece sarebbero i più danneggiati, essendo esposti alle rappresaglie iraniane sia in Iraq che in Afghanistan, dove Teheran gioca una complessa partita supportando sia i Talebani che la minoranza sciita degli azara. Si assisterebbe al risorgere di nuove tensioni in Pakistan tra il governo centrale e la popolazione sciita, 25 milioni di fedeli che vedono negli ayatollah iraniani i loro protettori. Ma fare previsioni su che cosa potrebbe avvenire in conseguenza di un raid israeliano contro le basi iraniane deciso autonomamente in una situazione tanto fluida, con in gioco così tante variabili e in un contesto in cui si muovono decine di attori statali e no, è pressoché impossibile.
Rimane il fatto che Israele, come arma di ricatto contro gli Stati Uniti, può mostrarsi sempre più intransigente nei confronti della controparte palestinese. Il quadrilatero Israele-Usa da una parte e questione palestinese-Iran dall'altra è infatti incrociato e collegato in modo inverso agli attori. Per Tel Aviv il primo pericolo letale si chiama Teheran (è il regime degli ayatollah che minaccia l'esistenza dello Stato ebraico, non certo i palestinesi), mentre per Obama ogni crisi mediorientale ha origine dalle tensioni irrisolte tra palestinesi e israeliani e il dividendo internazionale per la pace sarebbe ben diverso da quello dell'aprirsi di un nuovo fronte di guerra.
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