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Numero 462
del 11/02/2012
La strada per la vittoria in Afghanistan passa anche da Islamabad PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
  
venerdì 19 marzo 2010

Nonostante la guerra in Afghanistan sia ormai entrata nel suo nono anno di vita, e l'offensiva lanciata tre settimane fa nella città di Marjah stia dando buoni risultati, la situazione sul campo resta ancora difficile. Lo ha ricordato anche il segretario alla Difesa americano, Robert Gates, in visita proprio nel paese degli aquiloni nei giorni scorsi: «La gente deve capire che ci aspettano ancora giorni difficili», anche perché non bisogna dimenticare che al momento solo 6.000 delle 30.000 truppe aggiuntive annunciate dal presidente Obama ha raggiunto l'Afghanistan. I risultati tuttavia sono incoraggianti, e la campagna di Marjah è stata talmente positiva che il generale Stanley A. McChrystal, capo delle forze alleate, ha annunciato che presto (probabilmente in primavera) verrà lanciata una nuova, imponente offensiva a Kandahar, la seconda città più grande del paese e fulcro delle attività dei Talebani.

La risposta alle parole del generale McChrystal non si è fatta attendere. Sabato, infatti, cinque esplosioni hanno scosso proprio la città di Kandahar, uccidendo 35 persone e ferendone 57, in una escalation che dimostra come la strada per garantire la sicurezza della popolazione sia ancora lunga. «Kandahar non è sotto il controllo dei Talebani (come Marjah, ndr), ma è sotto la minaccia costante per la presenza dei Talebani, soprattutto nei distretti intorno alla città», ha detto McChrystal, che punta ancora una volta a riconquistare la fiducia della popolazione garantendo maggiore sicurezza e protezione nei confronti dei terroristi. Inoltre queste operazioni hanno l'obiettivo di indebolire i Talebani e spingere alcune tribù a collaborare con le forze afghane, sull'esempio di quanto avvenuto in Iraq, dove il punto di svolta è stata la collaborazione delle tribù sunnite con le forze americane.

In tal senso, un aiuto particolarmente importante sta venendo dal Pakistan, a lungo inerte nei confronti dei Talebani, ma che sembra avere recentemente cambiato la propria strategia. Sotto le pressioni della diplomazia americana e, soprattutto, saudita, il presidente Zardari sembra aver imposto una svolta nelle operazioni militari e di intelligence del proprio paese, arrivando nei mesi scorsi alla cattura di diversi esponenti di primo piano della «shura di Quetta», una sorta di «direttorio» dei Taliban. L'arresto più eclatante è stato quello di Abdul Ghani Baradar, capo militare dei Talebani e numero due del mullah Omar. Ma, al di là dei singoli episodi, è il quadro d'insieme che sembra essere cambiato: l'impressione è che in Pakistan il vento stia girando. Senza più la sicurezza dell'impunità, infatti, i Talebani, o almeno alcuni tra loro, potrebbero decidere che è più conveniente sedersi e trattare con il governo afghano piuttosto che continuare a combattere. Potrebbe essere questa la vera chiave di volta del conflitto nel paese degli aquiloni, ma è presto per dirlo.

La strada è ancora lunga, e ci vorrà del tempo per poter dire che la guerra è vinta. Indubbiamente, però, i numerosi successi ottenuti fanno ben sperare sulle reali possibilità di vittoria. D'altra parte, l'esempio iracheno incoraggia gli Alleati ad andare avanti e ripaga l'Occidente di tutti i sacrifici fatti per portare la libertà in Medioriente. Di fronte alle prove di questi giorni, abbiamo la conferma che la democrazia è davvero possibile anche in paesi che a lungo hanno conosciuto solo la tirannia.




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