Domenica 28 e lunedì 29 marzo ben 44 milioni di cittadini saranno chiamati alle urne per determinare la scelta di governo di tredici Regioni italiane. Tali elezioni, proprio perché rappresentano le ultime consultazioni prima della fine della legislatura in corso, assumono un peso significativo non solo per la consistenza numerica del bacino di elettori che avrà la possibilità di esprimersi democraticamente, circa l'87% del totale, ma anche per la rilevanza politica della posta in gioco: un buon risultato del centrodestra a livello regionale - che andrebbe a sommarsi ai risultati ottenuto in questi ultimi due anni, dove abbiamo già vinto in Sicilia, Sardegna, Molise, Friuli e Abruzzo -, consentirebbe alla coalizione di governo di godere anche dell'appoggio importante di una rappresentanza maggioritaria nella Conferenza Stato-Regioni, un organismo, quest'ultimo, che, detenendo compiti di informazione, consultazione e raccordo in relazione agli indirizzi di politica generale suscettibili di incidere nelle materie di competenza regionale, rappresenta un anello fondamentale per portare a compimento il processo di ammodernamento del nostro Paese.
Se nel 2005 il centrodestra, che era quasi a fine legislatura, riuscì a conquistare solo due Regioni, Veneto e Lombardia, oggi il Governo Berlusconi non è nemmeno a metà del suo ciclo, ma ha a disposizione ancora tre anni, un periodo che l'Esecutivo intende dedicare alla realizzazione delle riforme più importanti per l'Italia: da quelle istituzionali, fondamentali per l'ammodernamento di meccanismi decisionali farraginosi, a quella della Giustizia, che non è più rinviabile, e del sistema fiscale, un fardello anacronistico che ereditiamo dagli anni '60 e che il Governo intende ridisegnare nel giro dei prossimi due o tre anni.
Per far sì che il Paese, finalmente, sia al passo con i tempi, si agirà su tutti i fronti. Dopo aver fronteggiato sia le emergenze legate alla crisi economica che quelle ereditate dalla sinistra e dopo aver dato il via libera, in questi due anni, a fondamentali riforme, da quella della Scuola e dell'Università a quella della Pubblica Amministrazione, dalla riforma del processo civile alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, dal rilancio del nucleare al taglio di 40 mila leggi inutili e di 40 mila poltrone negli enti locali, il Governo andrà avanti spedito nella sua opera riformatrice, che lo vedrà in prima linea, come detto, su questioni nodali quali la Giustizia, le riforme istituzionali, le infrastrutture e il Fisco.
Su quest'ultimo tema Tremonti ha deciso di aprire un vero e proprio cantiere: egli intende avviare una sorta di rivoluzione copernicana che punti a sovvertire gli attuali meccanismi, passando da una fiscalità, quella attuale, che con modalità progressiva penalizza soprattutto i redditi da lavoro, ad un sistema fiscale orientato maggiormente sui consumi. In sostanza, come ha precisato il ministro del Welfare Sacconi intervenendo mercoledì all'assemblea elettiva di Fedagri-Confcooperative, spostare il baricentro della fiscalità, come intende fare Tremonti, significa «trovare modo di incoraggiare quanto più il reddito da lavoro in senso lato: dipendente o indipendente o di impresa - e di scoraggiare altri modi di acquisire con meno fatica e meno rischio». La «rivoluzione» che sta studiando il ministro dell'Economia si pone quale obiettivo ineludibile quello di avviare un iter di forte semplificazione, un processo durante il quale il Governo intende portare avanti una politica di attento dialogo sociale, in modo tale da elaborare una riforma che consenta da un lato di favorire una migliore condizione di vivibilità da parte delle famiglie, dei lavoratori e degli imprenditori, dall'altro di instaurare con i cittadini un rapporto più leale con il Fisco. Punto fermo della riforma, oltre a quello di continuare pervicacemente nella lotta all'evasione, sarà quello di non punire i contribuenti: dunque non verrà mai introdotta alcuna patrimoniale e mai sarà colpito il risparmio e la casa. Come ha tenuto a sottolineare Tremonti non verranno sicuarmente tagliati i rami su cui poggiano l'economia, la società e la famiglia.
Ogni azione di Governo, è bene sottolinearlo, ha avuto e avrà quale stella polare una serie di valori che appartengono alla tradizione popolare europea e che rappresentano i punti cardine della nostra identità e della nostra civiltà, che si nutre della tradizione cristiana. Il rispetto della dignità della persona, la difesa della vita dal suo concepimento sino alla morte - un valore dal quale il principio di solidarietà non può prescindere -, il valore della famiglia come prima cellula della società costituita dall'unione naturale tra un uomo e una donna non sono per il centrodestra principi negoziabili, ma rappresentano ciò che dà corpo e anima ad una politica intesa non come fine, ma come strumento di bene per la comunità.
A sinistra, invece, la politica è intesa come fine: la presa del potere, per raggiungere la quale il sano confronto democratico imperniato sui contenuti deve essere messo in secondo piano per occultare la propria evanescenza progettuale, è l'unico obiettivo reale. E così, a sinistra, ogni metodo per la conquista del fortino di Palazzo diventa lecito, anche la mano giudiziaria: dal caso Spatuzza al tentativo di far scoppiare una nuova Tangentopoli, colpendo la figura encomiabile di Bertolaso, alla regia che ha impedito di presentare le liste nel Lazio (chiudendo un occhio su qualsiasi imprecisione formale che andava a toccare la sinistra), alle intercettazioni illegali fatte a scapito del presidente del Consiglio, che hanno dato il via ad un inchiesta infondata a Trani. Qualsiasi proposta politica, per un Pd ammanettato al giustizialista Di Pietro, si scioglie nell'acido ideologico di chi vorrebbe trasformare l'odio in una leva di consenso.
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